— Non sa apprezzare la mia scoperta, ma ella mi ama... posso ragionevolmente bramare maggiore felicità? Mi ama e me lo disse!
E all'altra:
— Egli non inventò che una pentola per far girare gli arcolai ed i molini... pazienza... Ma chi mi ama più di lui? Domenico dirà nulla e Giovanni mi sposerà. Domenico è danaroso; ma il suo sguardo non desta un palpito, la sua voce non scende all'anima... Peccato, che Giovanni sia così timido!
E pensando curiosissime cose della dilicata timidezza dell'amante, finì per addormentarsi, e buona notte.
Siamo oramai alla fine del febbraio ed un vivo raggio del sole penetra nelle stanze quasi a dire: orsù, levati dal focolare, esci all'aperto, che io richiamando a vita la natura, scioglierò le tue membra intirizzite. E voi lasciate la casa, che vi ha riparato per cinque mesi dalle trafitture della tramontana, scendete a riva, contemplate il lago snebbiato, limpido, le costiere spazzate dalla neve che non imbianca più se non le più alte falde dei monti, sulle plaghe più meridiane spuntare i primi fili d'erba, nelle vie squagliarsi la neve accumulata dal primo dì in cui coprì la terra, fondersi i diacciuoli delle grondaie, i passeri inneggiare festosi all'opera redentrice del sole. Senz'accorgervene, lasciaste a casa il pesante mantello, e levate di tasca le mani e battete palma a palma; sentite la molle aura del sirocco involgere tepidamente le membra, e ve ne state passeggiando a riva come in attesa di una grata novella. Ecco intanto che nelle case le finestre chiuse da tanto tempo e con tanta cura s'aprono, onde il sole e l'aria entrino liberamente, e una bella fanciulla si mostra sul balcone vivamente irradiata dal tocco della nuova luce per salutare l'annuncio della primavera. Le care sue pianticelle, i garofani, i geranii non staranno più nella uggiosa ombra delle stanze; essa pure la domenica potrà d'ora innanzi dopo la messa passeggiare colle amiche sulla spiaggia o verso la Cannobina, e quando Giovanni passa nella via — e Dio sa se passi soventi — uscire sul balcone e dargli uno sguardo, un saluto, lasciargli cadere un fiore... Venga dunque la primavera, la più bella stagione dell'anno, la stagione in cui i cuori si aprono alla festa della natura, come i calici dei fiori alla rugiada!
Giovanni era proprio sulla spiaggia, collo sguardo alla casa di Elisabetta. Dopo quella certa sera egli aveva deciso di non lasciare intentato alcun mezzo — onesto — per ottenere la mano della giovinetta, ed aveva studiato parola per parola quanto avrebbe detto a Milano dinanzi ai fisici, al vicerè stesso — una curiosa apologia della propria scoperta, in cui pareva che la modestia dell'autore si sforzasse ad ogni conto di sminuire il valore del trovato. Elisabetta conoscendo quanta fosse la timidità del buon giovane e volendo tuttavia consolarlo, lo salutò con un cenno, e spiccando un bel garofano variegato, lo lasciò cadere sul lastrico della via. Giovanni accosta la destra alle labbra per ringraziarla, e s'appressa, lentamente — il correre avrebbe dato sospetti ai passeggieri — alla casa per raccogliere il fiore — già raccolto dal mercante di vino che da un chiassuolo era sbucato sulla piazza del lago in quell'istante.
Il povero Giovanni trattenne a mala pena un grido — quel fiore era per me; — Menico che di leggieri aveva compreso, vista la Bettina sul balcone, la causa dell'improvviso pallore del giovane rimasto lì come di stucco, si mosse verso di lui e gli disse ridendo, ma senz'ombra di derisione:
— Oh Giovanni!.... Ma guardate di grazia se mai più bel garofano cadde in istrada... fra due contendenti... (e guardando all'insù Bettina che rideva) il terzo gode!
Giovanni balbettò: