— Giovanni, io vi ho sempre stimato come il più dabbene, come il più onorato giovane di Cannobio. Mi piace l'Elisabetta: l'ho chiesta in isposa; mi venne accordata. So che essa era maltrattata da quel cane di suo zio; mi accettò più per isfuggire alla tirannia che per amor mio. Si dice che voi l'avete amata, e che forse vi contraccambiava. Io non voglio dir altro, e voi mi capite. Se voi potete dire una parola, io mi ritiro, senza scandalo. Parlate.
Giovanni fissò in volto il mercante, stette pochi istanti soprapensieri, come esterrefatto, indi balbettò:
— Voi potete sposarla...
Menico lo abbracciò dicendogli: Voi siete l'uomo più onesto che io abbia mai conosciuto.
E lo trasse nella sala della danza... Giovanni bevve, danzò con Bettina, fece dieci brindisi alla felicità degli sposi; dopo un'ora era il danzatore instancabile, il ciarlone più ameno, più spiritoso, e nessuno riconosceva in lui il modestissimo giovane, il taciturno vagatore dei monti solitarii. Alle due dopo la mezzanotte gl'invitati erano congedati.
Giovanni quando tutta la folla s'accalcava attorno agli sposi, fattosi largo, improvvisò una canzone, in cui l'armonia dei versi non la cedeva che alla delicatezza della concezione...
Davvero che fra tanti giovani egli si mostrava ad un tratto il più spiritoso, il più gentile.... anzi più di una danzatrice lo trovò il più bello.....
Mentre Domenico accomiatava gli amici, i parenti, o per meglio dire tutta Cannobio, la cugina della sposa disse a Giovanni sottovoce:
— Venite con me sul balcone verso il lago.
Egli la seguì macchinalmente, senz'addarsene, e vi trovò — sola — Bettina.