Appena disceso dalla vettura, entrai nell'albergo. Un garzone, tutto miele e sentimentalismo, avendo senza dubbio scorto sulla mia cera intenzioni ostili al pollame, m'indicò una porticina che dal cortile scorgeva nel salotto. Una tavola stava imbandita verso il fondo, attorno alla quale erano seduti quattro signori, a quella distanza legale uno dall'altro, che è solita fra persone che il solo caso riunisce. Se io fossi un Centofanti potrei dirvi a quante lingue appartenesse il gergo che vi si biasciava. Uno d'essi a capo del tavolo, alto secco e nodato a foggia d'una canna, con un naso adunco come il becco d'un avoltoio, sulla cui gibbosa groppa s'inforcava un occhialetto verdognolo, senza barba, colle labbra sottili, strizzate, dalle vesti che pizzicavano l'originalità, colla fronte e le guancie raggrinzate dall'eccesso del piacere o del dolore, era inglese.

La fisionomia giovialmente serena tra il meditabondo ed il michelaccio, la capigliatura biondocinerina, la ciera rotonda, un certo fare alla carlona e una bottiglia di birra spumante, tradivano nell'altro un figlio dell'Alemagna.

L'accento dimostrava chiaramente francese il terzo.

Ma chi avrebbe saputo dire all'ombra di quale campanile fosse nato il quarto? Egli in dieci minuti vestiva la sua ciera della melanconia degl'Italiani, dell'aggrottato spleen degli Inglesi, della seria bonomia tedesca, dell'alterigia spagnuola, della follia francese. Lo sguardo era dolce, insinuante, ammaliatore; ora fosco, imponente, terribile; la bocca rosea come quella di una bella figlia della Georgia, spesso dal sorriso contraevasi al sogghigno.

Se uno di quegli scultori che sanno dalla pietra ritrarre una forma evocatrice d'infiniti pensieri, avesse visto, guardato, studiato, analizzato tutti quei moti irrequieti, che male rappresentano passioni indecise e lo sconforto del dubbio, ne avrebbe tratto il tipo di questo secolo. Non un pelo di barba sulle labbra, sulle gote, ma le sopracciglia e la capigliatura stranamente folte; quest'ultima ad arricciate ciocche cadevagli nerissima sulle spalle. Era vestito come un signore di buon gusto. Il suo parlare era poliglotta, una vera olla podrida di motti italiani, greci, spagnuoli, tedeschi, francesi, russi, britanni e fors'anche chinesi. Chi avrebbe potuto snebbiare questo mistero vivente?

Quand'io entrai, il loro colloquio era animatissimo tanto che l'Inglese gesticolava come un telegrafo non elettrico.

Anzi mi parve che tutti e quattro parlassero ad una volta secondo la buona usanza parlamentare di quelli che vogliono far prevalere la propria opinione senza ascoltare quella degli altri.

Salutai: il Francese solo accennò.

Mi sedetti senz'altro, tracannai un bicchiere di vino ad onore e gloria della cortesia francese, e mentre il garzone recavami la vittima, che io doveva immolare al mio appetito, ascoltai.

III. L'Italia non è che un albergo — 17835 iscrizioni e mezza — Lezioni archeologiche — Varietà di gusti — Apologia del farniente — Terzo primato dell'Italia — Quattro duelli — Che hanno la coda.