Fra l'una e l'altra di queste vetture stavano secoli e stanno: dal carro de' buoi alla carrozza, il divario tra l'età dell'oro e l'età del ferro; ma fra essi e la vaporiera un mondo, una distanza quale fra l'antico copista e Bodoni, fra le torri a segnale ed i telegrafi elettrici, fra il volgare ed il genio....

Occupiamo i pochi minuti di fermata osservando quegli antichi veicoli. Se la vaporiera ha immensi meriti, non siamo tanto ingiusti da negare ad essi i pregi per cui furono tenuti in conto dai nostri babbi. Oh! quando mi ricordo il bel tempo in cui piccino sedeva a capo del carro, poggiando i piedi sul timone e con impazienza infantile andava punzecchiando gli inirritabili buoi ad accelerare il passo verso i campi, ove poi di corone di millefiori loro cingeva le corna ed accarezzava con mano fidente il muso velluto e divideva con essi la merenda con mille feste dei compagni, io non ho più il coraggio di ridere dei viaggi eterni per cui i nostri vecchi si facevano saltellare le budella in corpo con una velocità in ragione di due ore per miglio. Due ore! La vaporiera quando le talenti, unisce Torino a Milano nello stesso spazio di tempo..... ma ch'è questo vociare?

Una decina di ragazze, cogli spilloni d'argento che irradiano il capo, sta sopra uno di quei carri, ridendo e scherzando fra di loro: alcuna accenna al viaggiatore che dai carrozzoni della via ferrata ammicca con sguardo procace: questa riconosce fra i discesi allo scalo il suo bulo e lo vorrebbe, senza ch'altri se n'avvedesse, fare avvertito della sua presenza, mentre con una certa solfa tra il mesto d'una monotona cantilena e la languidezza d'una canzone che non è in voga, una voce sfibrata canterellava:

Novara, Novara

L'è bella città;

Si mangia, si beve.

Allegri si sta!

Se tutta l'allegria dei Novaresi consiste nel mangiare e nel bere, come dice senz'altro la strofa, l'ha da essere una gaiezza molto dubbia, pensai; ma già ai poeti debbonsi accordare molte licenze, ed io non trovando miglior modo di sciogliere la questione, dimenticai il vate del campanile di S. Gaudenzio per riguardare quel veramente allegro gruppo di belle e non belle e tutte allegre contadine, le quali — ora che ci penso — mi ricordano a meraviglia un viaggetto fatto con una bella ritrosa sopra una stradaccia di campagna, tutta sassi e gore, per cui ad ogni improvvisa scossa io mi inchinava verso la giovinetta, e non è a dire s'io secondassi o non l'impulso, e viceversa, come dicono appunto delle vetture; finchè il carro essendo ad un tratto entrato nei profondi solchi di un campo, la vicenda dell'inchinarsi si fece sì violenta e rapida, che io coll'unico scopo di preservare quella cara personcina da ogni urto, non trovai che il mezzo di avvinghiarla strettamente nelle mie braccia....

Un fischio — diretto forse alle mie reminiscenze — eccheggia fra le mura dello scalo, — un secondo acutissimo che passa gli orecchi, come dice un vicino, e tutto il convoglio si move, cammina, corre, rivola.... così il tempo da quei dì! Così pure io lascio nello scalo di Oleggio le riflessioni storiche sugli altri veicoli: il lettore non l'avrà a male; del resto sa dove andarle a prendere.

Campi, risaie, prati, boschi, giardini, case, uomini ed animali, tutto resta indietro: la vaporiera è la nemica per eccellenza del verbo stare; essa corre da un popolo all'altro; cancella un pregiudicio a cui centomila volumi non bastarono; annulla i dialetti mettendoli a contatto, e insegna colla necessità la lingua nazionale, spegne l'ardente face delle antipatie, facendo conoscere con quanto equilibrio le eccedenze della forza di una regione compensino il manco di saggezza in un'altra, la virtù militare l'indifferenza artistica, la gentilezza dei costumi la sapienza civile, eccita e diffonde industrie — fa l'Italia.