Alem. Sì, 17835 e 1⁄2. Volete vederle?
Franc., Ingl., Amer. Misericordia!
Tutti s'alzarono per isfuggire alla terribile minaccia del buon Tedesco; questi offeso dalla dimostrazione eloquente credette lesa la patria nelle sue più profonde affezioni archeologiche, e per difendere la Germania non trovò mezzo più spiccio di quello di arrovellarsi contro l'Italia, dimenticando — o ingratitudine! — l'origine delle iscrizioni in appendice alla sua opera — postuma.
Io in quella gazzarra pensate se me ne stetti a bocca chiusa! Desiderare che l'Italia sia schiava per sentirne il pianto... Oh! dunque la è una istriona? Un usignuolo da tenersi in gabbia? Voi siete altrettanti egoisti, e per me vorrei che non una nota di Rossini avesse varcate le Alpi.
In pochi minuti i forestieri, obbliati i meriti musicali e viniferi ed il dolce far niente si unirono a' miei danni. Animato da un insolito calore, io sentiva ingagliardirsi in me tutte le potenze dell'amore, che fa della patria agl'Italiani una madre afflitta da consolare. Perciò rigettate le lodi ed il lascivo panegirico dell'Americano, intuonai, virgolato da più libazioni, un'eloquente difesa della povera nazione che getta finalmente la cetra, con cui ha saputo molcere i dì del dolore per impugnare il ferro della battaglia.
Le vicine pareti della sala erano scomparse, ed io vedeva attorno attorno sulle pendici dell'anfiteatro ossolano un'immensa moltitudine, che cogli occhi m'incoraggiava col gesto. Erano ombre di remoti e di vicini secoli. Io riconoscendo in molti d'essi carissime conoscenze di biblioteca, eruttava faville. Le cruciate figure di Dante, di Michelangelo e di Giusti, parevano protestare contro il detto dell'Americano esser necessaria la schiavità all'Italia per serbare il primato nelle arti.
Gli stranieri irritati a quella vista, crollando le spalle e facendo le boccacce, senza una riverenza al mondo per quei nostri illustrissimi, sacramentarono d'impiparsi di quelle anticaglie da ferravecchio, di miti, d'ombre chinesi.
Se non m'isbaglio, mi diedero per corollario dell'asino — ma per non essere la prima volta in vita mia — non ne sentii troppa ira. Virgilio m'era pur costato delle sonore sferzate; Dante mi fa presentire la bolgia degli scioperati fannulloni; eppure al sacrilego dileggio perdonai i cavalli al pedagogo, e, gettato lo scudo, colla baionetta in canna assalii di botto tutte le nazioni in una volta.
La faccenda diventava seria. Le ombre stesse malcontente parevano volermi suggerire, ma anch'esse tutte ad una volta. In due minuti il vino e l'amor di patria annebbiarono le idee; il colloquio diventò un turbine, una tempesta. L'ira alle fiamme accecanti del liquore s'accese. Gli era come cento suonatori disaccordi, un pandemonio di esclamazioni, di nomi proprii, un'enciclopedia a fascio, un vocabolario scucito, i cui fogli svolazzano confusi dall'uragano.
Povera Italia! Dopo mezz'ora i quattro campioni giacevano in una gora sanguigna, attorno al tavolo, non morti e non del tutto vivi.