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Il garzone sentimentale mi condusse nella mia camera da letto: il quale sormontato da un alto baldacchino a cortine — il letto, non il cameriere — stava in mezzo alla stanza col capo al muro. Ampie cortine d'un rosso dubbioso lo coprivano intieramente. Mi posi tosto a letto e spensi il lume. Un raggio di luna, sottile, lungo, mi tremolava presso alla finestra: la discussione, il vino e le cortine mi soffocavano: le apersi.
In fondo alla camera stavano — non v'era dubbio — varie figure, dritte, minacciose, una presso all'altra stretta per le mani, come i congiurati del Grütli. Se non che quelli erano tre, questi quattro.
Lo spavento fece abbrividire il midollo delle mie ossa.
Erano proprio i commensali, forse ubbriachi, che venivano a farmi qualche brutto tiro. Volli scivolare dal letto, cercare nel sacco da viaggio una pistola; ma le gambe aggranchite mi negarono il loro ufficio. Volli chiudere gli occhi: non potei. S'avanzarono fin presso ai piedi del letto.
Il primo a parlare fu il Tedesco.
— Signore, egli borbottò, voi avete riso delle mie 17835 iscrizioni e mezza, e voi me ne renderete conto e tosto. Così vi sarà al mondo un nemico di Germania di meno.
— Caro fratello in Schiller, gli risposi ritirando gli artigli, voi parlate come suole il mondo, una verità ed una menzogna. Anzitutto gli Italiani non odiano gli Alemanni; odiano gli stranieri che vengono giù dalle Alpi a rapina di ogni cosa — eccettuate le iscrizioni. Anzi rimarginate le piaghe fatte dagli Austriaci, la tanto percossa Italia vi stenderà una mano, amichevole. Se corsero rivi di sangue fra voi e noi, la colpa a voi: v'abbiamo detto:
Ripassate le Alpi e tornerem fratelli...
voleste restare! — Quanto alle iscrizioni, è vero, risi. Battiamoci dunque da buoni amici. Ma prima che cessi per me questa dolce abitudine di pensare ed agire, come dice il vostro Goethe, chiaritemi perchè l'ultima vostra iscrizione sia soltanto mezza.