M'aggirava nelle boscate colline di Trontano all'ombra dei castagneti. Stanco d'asolare entrai in una modesta capanna sull'orlo del villaggio, e vi trovai cortese ospitalità. Rifocillatomi in compagnia di quei buoni contadini, mi assisi al rezzo delle piante. L'esterno di quella casa campestre senza aver nulla di mirabile, mi colpiva; forse erano due finestre nel muro di pietra, basse, a sesto acuto, profonde, che mi guardavano fisso come se aspettassero una interrogazione per rivelarmi un segreto.

L'antichità di quel muro contrastava singolarmente colla verzura d'una giovine vite, che abbracciandolo co' tralci, correva attorno in ghirlande: pareva la giovinezza che conforta col suo sorriso la vecchiaia. Un zampillo d'acqua scorrente poco lungi tra le foglie ed i sassolini, empieva l'aria d'un misterioso cicaleccio. Le mie palpebre s'andavano abbassando; il mio capo s'appoggiò al tronco d'un castagno, sbadigliai e m'assopii.

Dopo poco d'ora, mentre io me ne stava tranquillamente dormendo, la porta della capanna si aprì, e ne uscì un frate che a passi furtivi venne presso di me.

La sua alta statura, maestosa ed imponente, pareva averlo destinato al comando, mentre dallo sguardo ammaliatore refluiva una dolcezza persuasiva. Il suo capo era interamente nudo: anche le sopraciglia erano prive di peli. A chi lo guardasse attento, la sua pelle appariva arsiccia, screpolata; sì che moveva ad un tempo pietà e terrore. Anzi, se ben mi ricorda, parmi emanasse dalla sua persona un odore di bruciaticcio insolito. Si avanzò, ed a me meravigliato non stendesse la mano, disse pacatamente dopo di essersi guardato attorno con occhio sospettoso:

— Perchè guardavate voi con tanto amore quell'avanzo d'una antica casa?

— Non lo so io stesso: forse qui abitò qualche immortale che anche dopo secoli riempie di sè i luoghi ove s'aggirò vivente.

— Voi sapete adunque di lui, dello sventurato fra Dolcino?

«Or di' a frà Dolcin dunque che s'armi,

«Tu che forse vedrai il sole in breve,

«Se egli non vuol qui tosto seguitarmi,