Da Bannio, uno de' più ameni paeselli della valle, costeggiando l'Anzino, l'auriga mi disse che si può, salito il Campello, scendere di là in Vallesesia.
In tre ore, da Vanzone attraversai, pedestre, l'oscura gola del Morghen, e giunsi a val Macugnaga. La quale è a vall'Anzasca quello che è la Formazza all'Antigorio, un altipiano senza alberi fruttiferi, abitato da un'antica colonia germanica, che parla tuttavia un corrotto tedesco. Da questi pascoli, in una giornata di penoso cammino, si varca il monte Moro, dalle cui vette godesi il mirabile aspetto di tutto il Rosa.
Da Pecceto alle pendici del Rosa, attraversando il monte Turlo, si scende in Alagna, donde, mi piace qui notare, partiva per ben quattro volte D. Giovanni Gnifetti per giungere l'ultima solamente sopra uno dei cinque pizzi più elevati di quel gigante. Non disanimato dalle bufere e dai pericoli d'un viaggio, ove ad ogni passo si apre una tomba all'ardito, pervenne, addì 9 agosto 1842, sul pizzo che giustizia vuole si chiami d'ora innanzi Gnifetti, come s'appellano Zumstein e Vincent i picchi su cui salirono gl'intrepidi di tal nome.
IX. Quanti disprezzino l'oro.
Auri sacra fames!
Ecco le miniere dell'oro. Indossata la sopraveste dei minieratori, salutai con animo trepidante la luce del sole, e discesi nella più profonda e più vasta e più antica delle miniere della valle, anzi dell'Italia. Duemila anni fa migliaia di schiavi dei Romani vi cercavano le vene del prezioso metallo, e non ancora esaurito è il tesoro. Il Rosa, siccome serba agli audaci che gli salgono sopra il più stupendo spettacolo del mondo, serba nel seno tant'oro da fare di voi, o mortali, altrettanti re Mida.
— Dove scendiamo? Nel cuore della terra? Da un'ora ormai il piede incerto discende per iscale senza numero, di antro in pozzo, di pozzo in caverne immense, dove la tremolante luce delle lampade non rischiarando le stillanti e nere pareti, ne lascia supporre d'essere penetrati nelle bolgie dantesche. — E sotto a' piedi un'altra oscura bocca ne ingoia, e discendiamo... Ahi! Dov'è l'aura vitale della valle? La luce onnicolore, il canto della natura?
— Discendi ancora, disse l'ospite, e vedrai quanto è grande la brama dell'oro. Ma il petto è ansante, le nari s'allargano invano per bere un sorso d'aria pura, e le ginocchia minacciano di lasciarmi ruzzolare nell'abisso..... Ah! ecco l'ultima caverna.
Dove sono gli immortali cattivi di Minosse? Ma laggiù la turba che si smaniava non v'era precipitata per l'ira del Ghibellino — laggiù non le pietose visioni delle Francesche, delle Pie, delle Piccarde — ma sì l'urlo dell'Ugolino: ho fame, fame — d'oro! Le cere pallide, gli occhi intenti che sovente si chiudevano per attendere quasi un prodigio dalla sorte, il prodigio d'un filone, le labbra, balbettanti misteriose parole, tremavano convulsivamente; i ferri, gli scalpelli sonavano dolorosamente con affrettata vicenda sul sasso, e le girelle cigolando con lungo e monotono gemito sotto il peso della terra da razzolare lassù si lagnavano della faticosa bisogna. Presto, trovate l'oro, e risalirete all'aria libera, dove v'attende il piacere. Presto — la mano ingranchita nega l'ufficio suo — non importa, avrai tempo a riposarti stazzonando la coppa dell'ebbrezza. Presto — l'occhio stanco di fissare s'inietta di sangue — che vale? ti guarirà la vista di quella donna che prediligerai. Non morderti le labbra per dispettosa impazienza — quelle della bella si macchierebbero di sangue.
Tutti hanno ragione. La sete degli agi, dell'ozio, del piacere cresce smisurata col ribrezzo per la povertà operosa ed onorata.