Questa smania di celebrare, come sublimi, cose per nulla singolari, non è generalmente invalsa negli scrittori italiani, i quali debbono piuttosto accagionarsi (forse pel continuo spettacolo di cose grandi in arte ed in natura) di una certa indifferenza nel notare al viaggiatore ciò che per universale consentimento è veramente degno d'ammirazione.

Non parlo delle guide renane e svizzere: ogni rigagnolo d'acqua che fila da una rupe di dieci metri è una meraviglia. Intanto gl'Italiani, sì poco curanti della patria loro, sanno generalmente raccontare d'aver visto questo e quello al di là dei monti, e ignorano quanto sta a dieci passi dalla loro casa.... Credo di non ingannarmi asseverando che gli Italiani sentono la bellezza della loro patria senza curarsene punto, come un nato ricco non dà pregio a quegli agi, ad ottenere i quali i poveri si travagliano spesso invano tutta la loro vita. Ma senz'altre digressioni entriamo nella valle Antigorio ritornando a Crevola.

La lapide latina, che leggesi sopra un muro della Chiesa di S. Vitale, accenna ad una feroce pugna combattutasi presso Crevola nell'anno 1487 tra gl'Italiani e gli Svizzeri: Bernardino Corio parla di questa battaglia nelle sue storie, ed in questa narrazione è notevole che gl'Italiani non avessero che due morti, mentre gli Svizzeri ne contassero duemila, o secondo gli storici Alemanni soli ottocento, numero tuttavia troppo disparato per non eccitare al lettore alcun dubbio sulla veracità della storia. Ad ogni modo gli Svizzeri uccisi furono tanti che i loro cadaveri caduti nella Diveria avevano formato una chiusa di tale altezza da servire di ponte agli Italiani.

Narrasi pure che le donne ossolane, inferocite dalla barbarie del nemico, che prima di questa pugna aveva manomesso ogni cosa in quei dintorni, quanti Svizzeri fuggenti s'erano ricoverati nei boschi o nelle capanne scannassero, e strappato il cuore sanguinoso dai loro petti ne ammanissero pasto ai cani.

Ancora adesso le belle Ossolane vi rapiscono il cuore, ma non è provato che lo diano ai cani.

Fra i morti vi furono Renato Trivulzio, capitano degli Italiani, ed Albino Desilinon, capitano degli Svizzeri.

Sulle rupi di Crevola sorgeva nel medio evo un castello, che fu dei Silva, famiglia che diede prodi capitani. Di questo castello non rimangono se non macerie coperte di muschio e di obblìo.

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Poco sopra Crevola, a destra, sopra un poggio lieto di vigne e di campi, scorgesi Montecrestese, al di là della Toce; il sole vi matura un vino schietto e rubino. Qui presso la Toce precipita fragorosa in un profondo gorgo, su cui, non sono molti anni, era gittato un ponte altissimo e senza parapetto, sul quale non si varcava quell'abisso senza pericolo.

Proseguendo la strada, poco oltre a sinistra troviamo Vira attorniato da vigneti, e poi a destra Ponte Manlio, così detto dal Console Manlio, che vi si era accampato colle proprie legioni nella spedizione contro i Cimbri, ed aveva quivi gettato un ponte sulla Toce. Si sa — da chi non l'ignora — che i consoli Manlio e Cepione vennero sconfitti da quei feroci abitatori delle foreste nordiche, già vincitori di Cassio Longino; sconfitte che dovevano far risplendere di più la sanguinosa vittoria di Caio Mario, colla quale questo capitano di gran mente e di forme atletiche atterrava, al dire di Tito Livio, duecento mila barbari, e menava in trionfo novanta mila prigioni. La fortuna, dando lo scacco al suo collega Catulo vinto dai Cimbri sulle rive di questa stessa Toce, gli apparecchiava nuovi allori.