Nei piani del Ticino, tra Novara e Vercelli, nei campi Raudj, si combattè l'estrema pugna tra Roma ed i Cimbri; Caio Mario, morti cento e quarantamila nemici, s'incamminava a Roma, traendo seco settantamila prigioni, a Roma che per la quinta volta lo eleggeva console.

Meravigliosa cosa! Non v'ha paese anche nascosto fra inospitali monti in cui i Romani non abbiano impresso il marchio dell'arrogante loro grandezza.

Ma lasciamo le glorie dei Romani ai pochi che le studiano, e marciamo su Crodo, capoluogo di mandamento di tutta la vallea, lasciato Campomanlio a destra e passando sotto una galleria tagliata a ferro e fuoco nella viva roccia. Presso Crodo credesi s'allagasse la Toce formando un bacino considerevole d'acqua; e monsignor Bescapè, vescovo di Novara, il quale nelle sue visite pastorali studiava e notava la natura e gli uomini, parla di un tempietto a S. Martino che allora chiamavasi Capolago, tempietto che tuttora esiste, a quanto mi si disse.

Crodo è forse nella più infelice posizione della valle: ad ogni infuriare del torrente Alfenza, ogni abitante paventa non si rinnovellino per lui l'estreme scene del diluvio universale, senza la speranza di una novella arca di Noè; chè l'Alfenza, diroccando piante, ciottoli e massi immani, forma a sè dinnanzi barriere che un istante dopo distrugge, sfogando con tremende urla il rabbioso impeto sulle mura di Crodo. Perchè dunque i nostri nonni presero stanza in un sito tanto minacciato? Ciò diranno pure i Domodossolani: ma quei babbi — senza ministeri d'agricoltura — rispettavano con religiosa temenza le foreste, sapendo — senza studi forestali — come le piante mentre abbelliscono le falde montane e purificano l'aere, colle radici sì tenacemente s'abbarbicano alle zolle, alle roccie, che nessuna forza di torrente o di voluta che rovini sopra di loro, varrà a sterparle ed a strascinare con sè il terreno su cui sorgono. Se la improvvida cupidità dell'oro non viene frenata, fra poco tempo una pianta sulle Alpi sarà una curiosità, come una cascata.

Pochi minuti sopra Crodo sta lo stabilimento idropatico con sorgente d'acqua minerale ed albergo: ve lo indico con piacere nel caso vi possa giovare; ed in ogni caso se non vi sarà utile la linfa colla doccia ed il bagno, vi gioverà senza dubbio l'albergo confortevole e più di tutto l'aria vivissima. La bella strada calessabile, la vicinanza a Domo, la freschezza del sito, invitano nella stagione estiva copia di visitatori.

Quantunque l'appetito m'eccitasse a giungere presto a Baceno, non volli tralasciare di fare una visita a Cravegna, terricciuola microscopica sulle ultime falde del Corno Cistella, per soddisfare la mia curiosità di conoscere almeno di vista il villaggio che gli Ossolani citano volentieri come patria del compaesano che ebbe più splendida sorte fra quanti emigrano dai loro monti.

Giovanni della Noce nasceva di padre cravegnese in Bologna sul principio del secolo XVI. I risparmi del padre, facchino, o la protezione di qualche mecenate strapparono il giovanotto all'oscura sorte della famiglia. Addottorato, egli seppe in breve schiudersi attraverso alla folla dei preti che assediano il Quirinale una via col proprio ingegno. Acciuffata così la fortuna colla stima dei pontefici, di grado in grado, canonico, vicario, referendario, vescovo, ambasciatore a quella Venezia che allora era ancora in grado di liberare l'Europa dai Turchi, fu poscia patriarca a Gerusalemme ed infine cardinale. Quando nel 1591 egli venne eletto pontefice assunse il triregno col nome d'Innocenzo IX. Scrisse varie opere che io non lessi e che voi non leggerete. Beneficò i compaesani. Uno dei tratti singolari della sua vita fu che egli cambiò il nome paterno con quello di Facchinetti per rammentarsi certamente nell'insperata prosperità la propria origine; come già gl'imperatori romani traevano dietro di loro nei trionfi campali uno schiavo, che di quando in quando rompeva le acclamazioni universali colla fatal voce: rammentati di essere mortale!

Due discendenti d'Innocenzo furono cardinali nel secolo XVII.

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Da Cravegna, seppure il curioso lasciata la strada vi si è portato, in mezz'ora di cammino si è a Baceno, la borgata più popolosa di tutta la valle, situata alle falde di Pizzo di Robbio contrafforte del monte della Gran Loccia, non lungi dalla foce della Diveria nella Toce.