Il vostro zingaro sedette dirimpetto all'altro tavolo, attorno al quale stavano assise due persone venerande, una per l'età, l'altra per pudica ed ingenua bellezza.
Un vecchio prete egli era dei monti ossolani, che dalla Formazza faceva ritorno al presbiterio, conducendo con sè quella cara giovinetta, di sedici o diciott'anni, sua nipote. La ragazza, vestita alla montanina, aveva ad una un fare spigliato ed una confidenza rispettosa col vecchio prete, sì che ognuno, senza maliziare, la avrebbe detta sua parente.
Il vecchio, malgrado i settantacinque che gli pesavano sulle spalle, era tuttora, come tutti i montanari, vegeto, rubizzo. Due occhi vivissimi ne illuminavano la serena fisionomia, su cui pure gli anni e molte fatiche e molti pensieri avevano tracciato profondi solchi. Egli, naturalmente, mangiava adagio; e la nipote, che aveva quelle due saldissime fila di denti, dei quali avrei dovuto favellarvi, per non correre la posta, occupava gli intermezzi, trangugiando, per passatempo, del pane. Il vecchio, fra un boccone e l'altro, chiacchierava tranquillamente della stupenda cascata della Frua e di certi loro parenti di lassù.
Se non che — un guaio c'è dappertutto — la giovinetta si trovava proprio in faccia a quei signorini, che andavano a gara a darle certe occhiate, sul significato delle quali non v'era il menomo dubbio; per cui la poveretta arrossendo, una volta che fu anche l'ultima, stava col capo chino sul petto, sì che lo zio le serviva di schermo.
Oh! ecco una scoperta! Guardando attentamente i tre commensali, ravvisai in essi tre zingari da me visti in una città dell'alta Italia, ove erano noti lippis et tonsoribus.
Tre zingari; ma intendiamoci, non confratelli che s'accontentassero di guardare e di pensare come il vostro compagno di viaggio, che anzi la cronaca scandalosissima della repubblica artistica voleva che allungassero un tantino le mani sull'altrui, quando per far suo, quando per il bel vezzo di manomettere.
Una volta fecero un tiro solenne alla Fama... la poverina, stanca dal continuo strombettare, godeva il fresco della sera sulla porta del tempio... i birboni, mascherati da grand'uomini, tentano di penetrare nel sacrario senza le debite carte di sicurezza... Ma sì! da quell'altura ritornarono ruzzolando fino al melmoso piano della mediocrità!
Uno di questi, a vent'anni, scombiccherò un dramma. S'era tolto a maestro — s'intende alla prima — Shakespeare, e malgrado una quantità di falserighe, dopo aver violato la storia ed il senso comune, berteggiava la decenza sotto pretesto di romanticismo. Gli applausi di centocinquanta amici — l'infelice non aveva nemmeno un nemico! — gl'inocularono il tenia della vanità. Da quella notte memoranda, il cappello rovesciato sulla nuca o sul naso, la chioma svolazzante attorno al viso senza parola, gli occhi spiritati, l'incesso barcollante, — finse d'essere invaso dal demone ruggente dell'ispirazione. Dopo quella notte Alfieri era anche lui uno scrittore tragico.
Il poverino diluì il poco midollo che gli restava in produzioni d'occasione, in cui riduceva in versi gli articoli dei diarii.
Consumato quel foco che non riscaldava nessuno, un bel dì, fruga e rifruga, fa la terribile scoperta, che la fantasia non ha mai voluto covargli un pulcino nella zucca. Sacco vuoto, senza fede, roso dall'invidia e disperato di sè, un bel dì, o piuttosto, un brutto dì, volle finirla..... e si precipitò dalla soffitta della sua lirica senz'ali nel pozzo d'un giornale politico-letterario — sono tutti letterari i giornali! — e si fece critico.... Non c'è da meravigliarsi se di laggiù — guercio com'è — chiama sole una meteora passeggera. Gli scrittori che credono di potere prevenire le staffilate di quella severa ed acuta critica che ha illustrato i mondi delle arti, corrono ad ammansarlo.... È vecchia ed in gran parte giusta l'accusa, che gl'Italiani non s'occupano di studi critici. Ma, per Iddio, se vediamo uomini di solenne ingegno dopo d'avere declamato contro la vanità dei diarii, che benedicono e maledicono senza dare ragione, si fanno codazzo di scolaretti scribacchianti, e nonchè tollerare questi stupidi portachitarre, li incensano, li blandiscono! O vanitas!