SCENA VI.

Un SERVO dalla destra. Detti.

Ger. — Neanche venti lire? (aspro) Bene, tenga, tenga le sue venticinque lire... Ma io sono molto più discreto nei miei affari.

Gius. — Piglia quel denaro, Bernardo; lo darai al Vicario per i poveri a nome di questo signore.

Ger. (furioso). — Non ci mancherebbe altro che si sapesse che regalo cinque scudi ai loro preti! (al servo) Dite che è lui il donatore e vi crederà: il Vicario sa probabilmente come il signore fa presto a guadagnarli. (via dal fondo senza salutare, col cappello in capo)

Gius. — Ha sentito?

Silv. — Valeva proprio la pena che tanta brava gente consumasse la vita nell'esilio e sui campi di battaglia per avere di cotesti cittadini!

SCENA VII.

PROSPERA e MARCOLINI dal fondo. Detti.

Marc. (parola spedita e volubile, interrotta da frequenti risatine). — Mille grazie, signora, ma non mi sono ignote le nobilissime sembianze dell'illustre avvocato commendatore Savelli. (a Giuseppe) Mi scusi, mi perdoni se premendomi di vedere suo nipote mi sono fatto lecito di accettare l'invito fatto senza distinzione agli amici di Tullio, prima di avere l'alto onore di esserle presentato.