Pres. (a Silvestri). — Tiri via per carità o non si finisce più!

Silv. (continuando). — Non possono mutare i fatti. Qui ci sono due uomini: uno che ha fatto molto male, ed uno che ha fatto molto bene. Si può assolvere il primo senza ferire la giustizia e scoraggiare quanti fanno il bene? Tutta la questione è qui! C'è qualche cosa di più semplice? Ebbene, nossignori, non è così; anzi colla nostra felice razza latina è tutto l'opposto. Cerchiamo cento persone oneste, intelligenti e tanto coraggiose da difendere, anche con pericolo della vita, la proprietà del loro orologio, e mettiamole assieme per giudicare un ladro, un falsario, un assassino; ebbene, appena debbono far rispettata la legge che pure tutela anche il loro orologio, queste brave persone, così terribili nel loro caso particolare, mi diventano subito subito miti, misericordiose, indulgenti sino all'assoluzione di ogni più atroce delitto; e così un cantore di canzonaccie da trivio può passare per il vergine poeta, un poltrone vigliacco per un fiero campione di libertà; e la vittima non è più chi ha toccato il danno e le busse, la vittima non è più il morto od il ferito — quello diventa il provocatore — la vittima è il grassatore, è il povero assassino!

Tullio. — Non insulti alla sventura!

Silv. — Gli è appunto perciò che non vorrei che s'insultasse neanche la gente onesta e laboriosa che arricchisce la patria e la difende sui campi di battaglia, lieta ed orgogliosa dei suoi sacrifizi, per mettere invece sul candeliere gli eroi del trivio, i martiri del vizio! Ah! sarebbe davvero una cosa da ridere questo travolgimento di criteri, se non accennasse a mancanza di convinzioni, se non avessimo vicino l'esempio di ciò che ha fruttato ad una nazione gloriosa e potente la derisione di ogni fede e disciplina!

Gius, e Val. (ad un tempo). — Bene! Bene!

Marc. e Petr. — (zittiscono)

Silv. — Signori Giurati, io non posso adunque concludere che rammentando a voi come il reo abbia confessato i suoi delitti, e domandando ai signori Magistrati la sua condanna a venticinque anni di lavori forzati. (siede)

Tullio (scattando con impeto). — Venticinque anni in questi tempi in cui tutto dura così poco?

Pres. (ironico). — La parola è alla difesa.

Tullio (siede e si rialza). — Nell'epoca del vapore e del telegrafo, in cui tutto va e corre, condannerete un uomo a restare venticinque anni inchiodato in un bagno, per un momento, per tre momenti di aberrazione, per cause morbose, per tre momenti di pazzia ragionante?