Marc. — Udite! Udite!
Tullio. — Dei pazzi ce n'è di due sorta, a farla corta: pazzi da ospedale, e pazzi, o preclarissimi signori Giurati, rimasti a mezzo. Ma anche a noi savi — modestia a parte — occorre il momento in cui il cervello va a spasso. Difatti chi di noi non è stato pazzo per un momento della sua vita, di quella pazzia che non esclude la consapevolezza dei suoi atti, ma ci trascina irresistibilmente ad azioni contrarie al patto sociale? E se in quel momento fatale noi non abbiamo commesso un delitto, chi può dire se sia per difetto di occasione o d'intenzione? — Ma consentite, egregi signori, che io vi parli senza alcun velo, come se parlassi dinanzi al tribunale della mia coscienza. Ora io m'interrogo se non ho mai bramato di appropriarmi, senza licenza dei superiori, qualche cosa altrui, da un libro curioso ad un prezioso gioiello, dalla donna seducente alla gloria più inebbriante..... Ebbene, che non lo senta neanche l'aria, sì, ne ho bramata parecchia della roba altrui..... ne bramo ogni giorno..... ogni ora..... ad ogni sguardo! Lasciamo stare i libri e le donne che, senza furto, possono ormai appartenere a due..... ed anche a tre!.... Parliamo di altre cose..... di gioielli, parliamo di diamanti. Nessuno di noi quanti siamo può negare che tutte le volte che si ferma la sera dinanzi all'abbagliante vetrina di un noto gioielliere, non subisca l'irresistibile fascino di quel gran brillante che gli proietta addosso i mille raggi delle sfaccettature, quasi per tentarlo, anzi appunto per tentarlo. Colendissimi signori Giurati, perchè non si va per i fatti nostri e si resta lì piantati collo sguardo fisso, quasi senza respiro, per paura che l'alito veli la visione? Si ammira... si ammira... e poi, senza accorgersene, si comincia a desiderare! Ora supponete che, proprio al punto in cui dal desiderio platonico si passa alla brama irrefrenabile, al punto in cui si è assaliti da un accesso di quella pazzia che non impedisce di ragionare, una potenza magica faccia scomparire il cristallo della vetrina, la gente dalla via ed i garzoni dalla bottega: ditemi un po', la mano che abbiamo stesa macchinalmente verso quel grosso brillante che si vorrebbe mettere in dito alla dama dei nostri pensieri, che cosa farebbe questa mano quando non trovasse più il cristallo della vetrina e si fosse certi di non essere visti da anima nata? (azione di chi, assicuratosi che nessuno lo guardi, prende ed intasca rapidamente un oggetto) Alto là! (afferrando la destra colla sinistra) in nome della legge vi arresto..... m'arresto..... ci arrestiamo tutti! Ah! Ah! Vedete che è impossibile fare la requisitoria di noi istessi!
Petr. e Marc. — Nuovo! Ardito! Sublime!
Silv. — Ma in ogni caso la nostra mano si ferma al cristallo della vetrina e non lo rompe come l'accusato ha fatto della finestra!
Tullio. — Bel merito, quando la vostra mente vi avverte che ciò costituisce un delitto, quando voi sapete che dei diamanti non ce ne possono essere per tutti! Invece questo infelice che sa della legge? Che cosa capisce? Non basta guardarlo per convincersi che non ha coscienza? Sarebbe egli così fresco e rubicondo, se sentisse il rimorso dei suoi delitti? Non ha rimorsi, e questa è la più bella delle circostanze attenuanti, perchè egli è l'uomo tipo della natura discendente in linea retta dalla scimmia, senza coscienza del bene e del male, e se io mi sbaglio, egli è ad ogni modo un cretino.
Bobi. — (Cretino?)
Tullio. — Ora che colpa ha lui se per la cattiva nutrizione che gli fornisce la società, il suo cervello manca di fosforo, di materia grigia? Chi sa se nutrito di filetti ai tartufi questo cretino non sarebbe un genio?
Bobi. — (Se vogliono provare, io ci sto!)
Pres. — Non divaghi dalla questione, e non dimentichi sopratutto che l'accusato ha sempre goduto di tutte le facoltà dell'intelletto, ma non se n'è mai servito che per fare il male!
Tullio. — E allora condannatelo, (controscena di Bobi sino al fine del dibattimento) consacratelo vittima espiatoria agli Dei spietati della giustizia inflessibile! Egli è ribelle alla società, e voi, per riconciliarvelo, legatelo come una belva! Una fiera tempesta ne agita il cuore e la mente, e voi, a calmarla, non gli spettacoli della natura e le arti divine che rasserenano la vita invocate, ma le tenebre e la solitudine! Egli non sente dignità, e voi, perchè la senta, vestitelo di sargia! Egli non apprezza la vita degli altri, e voi avvelenate la sua! Sta bene: è vostro diritto: via dalla società questo membro infetto!... tagliatelo!... buttatelo!... — Ma badate, o Giurati egregi, di cancellarlo anche dalla memoria! Badate che forse non potrete dimenticare mai più che, per volontà vostra, mentre amate, giuocate, ridete, dormite, c'è un uomo che non ama, che non ride, che non dorme più! Voi vorrete cacciare questo pensiero importuno col pensiero più caro, con quello della famiglia; ed ecco che la sua imagine vi appare come per una fantasmagoria sul volto degli amici, dei figli, della sposa istessa! Ah, è troppo! E voi chiudete gli occhi per troncare l'orrenda visione..... e allora sentirete fra le voci altrui... nell'aria... fra i suoni più discordi... una nota persistente, lamentevole, come un sospiro represso, un grido, un singhiozzo lontano... la nota (accenno di Tullio a Bobi) della disperazione! Basta! esclamerete, basta! mi sono sbagliato! sono stato troppo severo! non è colpevole! è innocente! Ma, orribile a pensarsi, la legge vi risponderà: è tardi! Dunque questo supplizio senza nome e senza riscontro nelle bolgie Dantesche, il supplizio del Giurato che condanna durerà quanto il suo martirio? Si! Venticinque anni, lo avete voluto voi! E finiti questi, quando credete di poter respirare, chi vi assicura che la prima volta che uscirete di casa non lo vedrete venire verso di voi... pallido... vacillante... come uno spettro sfuggito al regno della morte? Voi vi arrestate... voi vorreste pigliare un'altra strada, sparire, nascondervi... ma non siete più in tempo!... Vi ha già visto, e il suo sguardo, acuto come una spada, v'inchioda immobile al vostro posto; peggio, vi obbliga a guardarlo, vi obbliga a mirare su quella fronte il marchio dell'infamia che avete stampato voi, in quel terribile sogghigno la fatale necessità di essere ora peggiore di prima a cui l'avete condannato voi! E voi, atterrito, gli balbetterete: che vuoi? E lui, pensando che non ha più la gioventù, e che l'avvenire è più orribile del passato, vi risponderà con uno sguardo, con un gesto disperato: morte! — No, disgraziato! aspetta! voi griderete commosso: rimedierò io a tutto... provvederò io al tuo avvenire... sarò per te un amico... un fratello! Ma lui, con quella sua voce fioca fioca che passa l'anima: Ora è tardi... allora ci dovevi pensare... venticinque anni fa... Ora è tardi!... (volgendosi con impeto ai Giurati) No, che non è tardi: è ancora lì..... ma condannatelo ancora, se ne avete il cuore, condannatelo!!