Il Juniperus nana, che pare non scenda sotto ai 1600 m., è specialmente diffuso nei burroni laterali di Val Gordolasca, sui colli Chiapous e Vej del Bouc (sino a 2300 m.), ecc.
Accanto alle boscaglie crescono spesso grandi e fittissime erbe, che ricoprono, per es., gran parte dei valloncini ad ovest della Val Pesio, del vallone della Barra, delle balze a sud del Lago della Ruina, ecc., distinguendosi pel loro fogliame largo ed elegante, come per la varietà dei loro vistosissimi fiori. Primeggiano fra essi: Delphinium elatum (talvolta alto da 1 a 2 metri), Aconitum napellus e lycoctonum, Anemone alpina, Aquilegia alpina (lungo i rivi nel bacino del Roja, ecc.), Polygala alpestris, Fragaria vesca, Athamanta cretensis, Eryngium alpinum (la «regina delle Alpi», abbastanza rara: vallone di Finestre, del Piz, ecc.), Valeriana montana e saliunca, Cirsium eriophorum e spinosissimum, Carlina acaulis, Solidago virgo aurea, Petasites albus, Aster alpinus, Arnica montana, Phyteuma orbiculare e Halleri, Campanula spicata, diverse genziane (così la G. asclepiadea, coi fiori d’un bell’azzurro), Digitalis ambigua, Nepeta nepetella (nei luoghi piuttosto secchi, così sul Colle di Tenda), Plantago alpina, Polygonum bistorta (attorno ai gias), Chenopodium Bonus Henricus, Thesium alpinum, Urtica dioica, Alchemilla alpina, Veratrum album, Fritillaria involucrata, Allium Schœnoprasum, Pteris aquilina, Lycopodium selago, ecc.
Fra i tratti aridi della zona subalpina i più tristi forse, sotto il riguardo della flora, sono gli altipiani calcarei del Marguareis, ove non cresce altra pianta legnosa tranne la Daphne cneorum, mentre primeggiano erbe grigie e spinose che ricordano i monti della Siria; numerosi sono i cardi. Poco più ricca è la flora delle clapere, comprendendo oltre ai licheni (Lecidea geographica, ecc.), parecchie delle grandi erbe già citate. Spesseggiano l’Aconitum lycoctonum, la Scabiosa vestita, l’Adenostyles leucophylla (Lago Agnel ecc.) e alpina (ancora oltre i 2900 m. sul Passo di Valmiana), l’Arnica montana, l’Aronicum doronicum, l’Armeria alpina, il Myosotis alpestris, il Verbascum nigrum, il Thymus serpyllum (a quasi 2620 m. sul lato ovest del Colle Vej del Bouc, ecc.), la Stipa pennata e parecchie felci (Pteris aquilina, sui fianchi del Passo di Valmiana a quasi m. 2500; Allosurus crispus, sulla Cima del Diavolo e su quella della Valletta Grande m. 2812).
Fra le specie che crescono nelle anfrattuosità delle rocce meritano speciale menzione: Paronychia serpyllifolia (rocce calcaree), Dianthus neglectus, Sedum anacampseros, Sempervivum piliferum e arachnoideum, Saxifraga aspera, S. aizoon, S. cæsia, Hieracium villosum, Gentiana verna, Allium narcissiflorum, ecc.; in una zona più elevata tengonsi Viola calcarata, Lychnis flos Jovis, Arenaria recurva, Meum athamanticum, Erigeron alpinus, Phyteuma pauciflorum, Veronica Allionii e alpina, Pedicularis Allionii, Carex sempervirens, ecc.
L’edelweiss (Leontopodium alpinum) non fu trovato da noi nel massiccio di gneiss; però, a quanto si dice, esiste sui monti attorno al Lago Agnel. Sulle alture di Peirafica è forse più comune che in nessun altro luogo delle Alpi, e sulle rupi scoscese calcaree delle Alpi Ligustiche se ne trovano bellissimi esemplari (sin oltre a 4 centim. di diametro). Il più basso punto ove cresce questo celebre fiore è forse la cresta di Monte Armetta (m. 1700), il più alto invece il Capelet di Raus (m. 2627).
Ponendo qui termine a questo nostro saggio, certamente incompleto per quanto risulti esteso, non esitiamo a soggiungere che ben altro di notevole vi è da dire sulle Alpi Marittime. Chi volesse descrivere la loro fauna, avrebbe da menzionare specie affatto meridionali, quali il gecco, la lacerta ocellata (lunga quasi un metro), la genetta, il fiammingo, la tarantola, non mancando per contro gli animali strettamente alpini.
Dai tempi più remoti poi, questo paese, limitrofo tra Gallia e Italia, offrendo i passi alpestri più vicini al mare, fu attraversato e disputato dai popoli più diversi, occupandolo in parte i Fenici, gli Etruschi, i Greci, i Celti, i Romani, i Longobardi, i Saraceni, ecc. Delle epoche storiche più diverse rimangono traccie: le imponenti fortezze neolitiche, costrutte con enormi massi sulle alture di Grasse e del Varo; le rozze incisioni delle Meraviglie, i dolmen, le tombe celtiche e romane, la strada militare che anticamente conduceva dalla Valle della Tinea alle Alpi Cozie, l’altare romano sul Monte Tournairet, le antiche escavazioni della Miniera di Valauria, attribuite ai Saraceni, le numerose e ben conservate rovine medioevali, come il borgo abbandonato di Castelnuovo sopra Nizza, e mille altre vestigia di più civiltà.
Quanto varie sono poi anche oggidì le condizioni della popolazione e dell’incivilimento: a Nizza il lusso più raffinato, la vita parigina, le splendide feste, e poco lungi contrade selvaggie, poveri villaggi piantati su rocce a picco;—a Monaco, giardini affascinanti, nei quali pur troppo spesso giacciono le salme degli infelici che v’hanno perduto la loro fortuna, ed in fondo alla Val Tinea i casolari di Prat, i cui abitanti non poterono trovare finora le seicento lire necessarie per acquistare un terreno ad uso di cimitero, cosicchè devono seppellire i loro morti in un’orribile sentina!
Ma lasciamo le miserie umane, e torniamo fra la semplice e cordiale popolazione alpestre, la più naturale forse che ora esiste. Facciamo di meglio, saliamo sulle alte cime ove spira quella vivida aria che ritempra il corpo e l’anima. Ed allora vedremo con uno sguardo, distesa sotto di noi, tutta questa ricchezza e varietà degli incanti, dal mare alla pianura, dai sempreverdi giardini alle cupe foreste, ai prati alpestri ed ai fiorellini che crescono sull’orlo dei nevati. E se allora non sentiamo in noi qualche riflesso dell’eterna forza e virtù della natura, avremo perduto il sentimento che dà il maggior pregio alla vita umana ed a cui si deve ogni progresso: l’amore dell’alto!