Coi trattati di Utrekt, di Rastadt, di Vienna e di Acquisgrana, che chiusero il cinquantenne periodo delle guerre di successione, venne meno dopo circa due secoli e mezzo, al nord e al sud la dominazione spagnola; al nord sottentrò l'austriaca, al sud la borbonica.
Carlo Borbone aveva conquistato il trono, non per patti o contratti, ma per vittorie, dovute al valore del suo esercito e dell'eccellente capo, il Duca di Castropignano. I napoletani, dopo secoli di servitù straniera, per la prima volta avevano sparso il sangue per un re che loro promise dinastia domestica, indipendenza dello Stato, conservazione dei privilegi, giustizia, prosperità.
E la promessa fu abbastanza mantenuta. Nei venticinque anni del suo regno lo Stato che più progredì fu appunto il napoletano, cui apparecchiò civiltà nuova il marchese Tanucci casentinese di Stia, venuto al seguito di Carlo dalla Toscana, che aveva dato a Napoli anche Bartolomeo Interi, primo fondatore dell'insegnamento dell'economia pubblica.
Tanucci diventato primo ministro, mentre negli otto lustri di pace fiorivano gl'ingegni, volti così agli studi severi, come alle savie e moderate riforme, secondò queste, salvo che ebbe il torto anch'egli di trascurare la milizia stanziale giusta il suo aforisma: principoni, soldati e cannoni; principini, ville e casini. Ma più che altro mirò a consolidare il potere regio infrenando gli altri due rivali: il feudalismo e la teocrazia. E qui fu la sua gloria e di re Carlo, che gli prestò le orecchie, e di Giannone, Genovesi, Filangeri, Pagano che l'ispirarono e lo sostennero colla potenza dell'ingegno e il vigore degli argomenti e della dottrina.
Una profonda mutazione era incominciata nell'opinione pubblica dal dì che Pietro Giannone diè alla luce la storia civile del regno di Napoli che, se gli ha valso la lode eterna dai posteri, gli tirò addosso allora al solito la furia del popolo aizzato, il rischio della vita, e l'esilio.
Ma, abbandonando la patria, vi lasciava il germe fecondo che doveva fruttificare.
Nello stesso tempo l'abbate Genovesi, uno dei pochi che vagheggiassero l'unione italiana, svegliava le aspirazioni democratiche e precorreva gli enciclopedisti. E Filangeri e Pagano compivano l'opera; il primo celebrando l'antichità ed esaltando le gesta di Grecia e di Roma, e il secondo traendone argomento a pennelleggiare i benefizi e i diritti della libertà politica e personale. Onde anche quivi, colle diversità storiche e nazionali, si andava elaborando la coscienza giacobina delle classi colte mercè i due ingredienti, così argutamente scrutati dal Taine, il progresso scientifico e lo spirito classico.
E intanto i figli della plebe, che gli Spagnuoli avevano, con viva immagine, chiamato loz Lazzaros, i lazzaroni, perchè allampanati e digiuni come lazzari quatriduani, languivano sempre più nella superstizione paziente e nella inedia selvatica. Erano materia da anarchia regia e non da jacquerie come in Francia, erano semenzaio di Fra Diavoli e non di Desmoulins.
Mancando un vero e proprio ceto medio, lo rappresentavano i curiali che, nella depressione dei nobili, acquistavano ingerenza e potenza lamentata dal Colletta e dal Balbo, e, mentre in Francia come suole s'impadronivano delle assemblee colle frasi, qui almeno si gittarono a operare, e seppero morire.
Ma l'analogia con la Francia ricominciava in una cosa che fu sempre cagione precipua e irresistibile delle rivoluzioni (e lo ricordino bene certi odierni spensierati saccomanni del bilancio), voglio dire le condizioni della finanza, la penuria del pubblico erario.