Della quale pur comuni erano le intime cause nella cattiva amministrazione e negli sperperi della Corte.

Carlo I abbellì molto il regno, creando quei monumenti che, se ancora splendono come ricordo di fasto e munificenza per le arti, salvo quelli caduti tra le unghie al Demanio come la Favorita e la reggia di Portici, pure potevano anch'essi dirsi, secondo un famoso epigramma, opere di qualche splendido Segato, essendo sangue di poveri pietrificato.

Mentre le provincie lontane rimanevano senza strade, e poche di queste erano per il pubblico, se ne facevano magnifiche attorno a Napoli per le caccie del re, che al tempo di Ferdinando divennero caccie alle forosette più che ai fagiani o ai cinghiali.

In mezzo a tali condizioni diveniva maggiorenne e assumeva lo scettro Ferdinando che allora si intitolò IV, e nel 1814 in Sicilia III, e nel 1816 quando, spergiurando, lacerò la costituzione, I, sicchè i Napoletani ebbero a dire che, andando di quel passo, tra poco avrebbero avuto sul trono Ferdinando Zero.

Rimasto a nove anni senza genitori passati in Spagna, confidato a una reggenza e all'aio principe di San Nicandro, si mostrava fisicamente e moralmente proprio il contrario di quello che fu più tardi: gracile e cagionevole, mentre poi divenne un toro; bonario e mantenitore della parola, mentre appresso fu barbaro e spergiuro per eccellenza, inaugurando quei metodi, pei quali fino al '60 rimasero tristamente celebri i Borboni di Napoli.

All'uno e all'altro effetto deve aver condotto l'educazione che uccise l'anima a pro' del corpo, ai cui faticosi e piacevoli esercizi fu tutto dedicato. La mente non affatto chiusa e sonnolenta, ma non dirozzata nè coltivata, gli faceva schivare i libri pei quali ebbe sempre un santo orrore, e fuggire la compagnia degli uomini di scienza e di governo, mentre il gusto smanioso dei giuochi allegri e dei ludi e l'impeto di passioni non ingentilite e non imbrigliate, lo traevano a quella di giovani di gusti bassi e di abitudini prave.

Compagno assiduo gli era un fratello di latte, Gennaro Ribelli, futuro bandito della Sila bruzia; da cui apprese a spennare piccioni vivi, e a bastonare il germano primogenito dichiarato, alla partenza del padre, ebete e impotente a regnare.

Grossolano e sensuale, non conobbe gentilezza di affetti nè di costumi. Essenzialmente, fu volgare; proprio la negazione del re in tutto: non soldato, non gentiluomo. Un vero tipo di lazzarone nato per isbaglio e cresciuto nella reggia di Federico II e di Manfredi. Un altro dei re di quei tempi, rampollo alquanto degenere di quella gran stirpe sabauda nell'aspetto e nel contegno de' cui figli, gentiluomini e galantuomini di razza, si è sempre invece sentito il re, Ernesto Masi chiamò parrucca coronata. Questi fu una coppola coronata; il suo diadema, un berretto da cuoco.

Il quale infatti si poneva in testa nel campo di Portici facendo da oste, da pescivendolo, e da pagliaccio tra lazzari e soldati di nome come lui, che perciò lo amavano e lo beffeggiavano insieme; andando in visibilio a far di sua mano frittelle, le zeppole, come diceva, gravide di alici e caciocavallo. Quelle della cucina furono le sole batterie al cui fuoco rimanesse intrepido; e quei cacicavalli gli erano così fissi nella mente e nel cuore (ossia.... non parliamo di cuore!) che gli servirono più tardi, per la loro forma ben nota, a una similitudine, a cui forse non sarebbe arrivato Falaride o Nerone, quando annunziava alla moglie le infami impiccagioni dei patriotti delle isole flegree con questo motto anche più infame: oggi si sono fatti molti cacicavalli!

E a questo triviale e fatuo Sardanapalo, che arrivò ad avere un istante una fantasia di riformatore socialista, nella quale pure anche il Sardanapalo entrava per qualche cosa, fondando la famosa colonia di San Leucio di trenta famiglie di setaiuole cantata dai poeti adulanti e discussa sul serio dagli economisti, fu data in moglie una donna superba e scaltra, sexu fœmina, ingenio vir, un raggio di bellezza dalle chiome bionde, dalla gola di cigno, dagli occhi sfavillanti, dalla sembianza greca o fiamminga.