Maria Carolina aveva ricevuto dalla madre Maria Teresa, per la quale gli Ungheresi tuonarono il famoso giuramento: moriamur pro rege nostro Maria Theresia, insieme a fermezza di propositi e ingegno perspicace, le passioni smodate d'intrigo politico e di esclusiva dominazione. E, oltre a ciò, l'esempio di annullare l'autorità del marito, l'imperatore Francesco pur teneramente amato da lei sposa e madre esemplare, ma ridotto a proletario nel vero senso della parola, perchè le dette sedici figlie, per far qualche cosa d'altro, a fabbricante di panni che vendeva perfino agli eserciti nemici.
Qual meraviglia che Ferdinando divenisse un automa docile e obbediente nelle braccia di una Circe che aveva per dominarlo la duplice magìa della grazia e dell'astuzia, il duplice impero dell'ingegno e della beltà?
Inoltre, operosissima, mentre il marito non scriveva neppure la firma degli atti ufficiali pei quali adoperava una stampiglia, essa fu uno scriba instancabile, e buon per lei che avesse scritto meno, che allora meno e meglio si sarebbe scritto e si scriverebbe di lei. La volontà ebbe dura, l'indole virile, nello stesso tempo che divampava nelle più bollenti e femminili passioni. Ma queste non erano gentili e generose. Si è detto che le passioni hanno ali e non piedi: o strisciano o volano. Lo sue strisciavano! Non erano di quelle che, anche stimolate dai sensi, rapiscono in un oblio soave, addolciscono e incelano l'anima. Questa ella aveva arida; aveva il cervello anche qui dentro! Onde la religione, delle cui pratiche fu osservantissima, prese in lei la forma della superstizione spigolistra; e l'ordine e la tradizione, della pedanteria. Ministri del re dovevano essere i favoriti della regina, ma i suoi disegni dovevano essere i favoriti dei favoriti, pena la disgrazia. E se uno di essi seppe mantenersi a galla, fu perchè con lui il giuoco era da pirata a marinaro.
Quanto ai costumi, si sa che le gettarono in faccia e sopra la lapide tutti gli obbrobri. Napoleone in un famoso proclama, molto imperiale ma poco cavalleresco, la bollò col nome di Fredegonda. Michelet e cento altri le dettero peggior nome, la chiamarono Messalina. E questo è troppo, perchè nessun Giovenale ha potuto narrarla ebbra, sfidando lo scandalo, di brutale lussuria.
Ma è certo che, quando lo stesso Sir Paget, inviato dell'alleata Inghilterra, in un rapporto al governo, la dice donna piena di vizi innumerevoli, e quando parlano tanti irrefutabili fatti e documenti, non si può dipingere come immune da ogni labe. Ma, dato l'esempio quasi generale delle corti di quel secolo che, se fu il secolo delle idee, fu anche il secolo della corruzione e della licenza; la natura fragile e sensibilissima; l'educazione falsa; e sopratutto il sangue viziato della famiglia, tanto che anche l'imperatore Leopoldo, il grande riformatore toscano, morì in due anni di stravizi, rimpetto ai quali erano nulla quelli di Luigi XV e del Parc-au-cerfs, si sarebbe potuta perdonare, e, in ogni modo, dovuta rispettare e risparmiare la donna, se le sue incomposte passioni non avessero inquinata la politica italiana e precipitate le sorti di un popolo sventurato.
Sulle quali invece le donne, appunto per pravi istinti, ebbero tanta e sì sciagurata parte!
Cherchez la femme è, checchè si dica, un gran canone di critica storica e politica. E perciò le donne elevate, pietose, che, invece di avere il cervello qui, abbiano il cuore quassù, sono la più sicura malleveria di bontà per gli uomini e il più prezioso e celeste dono per i popoli.
Ma quella torbida regina almeno non era volgare come suo marito, del quale parlò sempre con affetto e rispetto che, anche come marito, non meritava. E anzi pur l'apparenza dello scandalo e del libertinaggio l'offendeva. Salda e costante negli affetti di madre, ai figli e alle figlie diede un'educazione rigorosamente pura ed onesta.
Da principio erasi anche mostrata giudiziosa, caritatevole, umana, e, come dissi, liberaleggiante. Sorella di sovrani riformatori e filosofi, mostrava di caldeggiare il progresso, di proteggere le scienze e le arti. Onde, mentre Nicolini declamava versi alla sua corte, le dedicavano incenso e poesie quel Luigi Serio che doveva morire in difesa della repubblica al ponte della Maddalena, e quell'Eleonora Fonseca che per la stessa causa doveva pendere dalla forca ignominiosa. Ciò che scavò un abisso fra lei e il suo popolo, che ne fece una tigre sotto l'aspetto di bianca colomba, fu il terrore di Francia e lo scempio della famiglia reale. E questo, in parte, attenua le sue colpe.
Una donna nervosa, a cui l'applicazione al lavoro, la foga degli intrighi e dei piaceri avevano turbata la mente e scossa la salute, che, amantissima della famiglia, sente caduto sotto la mannaia il capo diletto della propria sorella, e perfino straziato un innocente fanciullo; una regina superba, che vede insultati e trascinati al macello i monarchi, merita qualche scusa se concepisce orrore e odio atroce per la rivolta e i suoi complici. Ma non è scusabile che quell'odio sia cieco e ferino, che a sfogare la vendetta adopri il tradimento, quando altri sovrani seppero almeno nella reazione mantener la fede e astenersi dal sangue.