Ma siamo nel regno feudale, e nè Ariberto, nè Lanzone, nè capitani, nè vassalli minori, nè plebe, nè Comune, nessuno sogna neppure di ribellarsi all'Imperatore o di disconoscere soltanto l'autorità del Sacro Impero Romano e Germanico, appunto perchè il Comune è una istituzione italiana, che rigermoglia su terreno feudale[21]. E Ariberto incorona due volte di sua mano Re d'Italia Corrado il Salico e lo accompagna a Roma, perchè si cinga la corona imperiale, e il primo pensiero di Lanzone è di rivolgersi all'Imperatore Enrico il Nero, e quando Lanzone ha intimoriti i nobili fuorusciti, e gli ha rimessi in città, e ha perequati i diritti di tutti, e ha costituito il Comune, fa ancora sanzionare questi nuovi ordini nella Dieta Imperiale di Roncaglia. Che se dalla lotta gloriosa, che Ariberto e Milano sostengono contro Corrado il Salico nel 1037, scendete, oltre a cent'anni dopo alla prima lega Lombarda e a Federigo Barbarossa, vedrete bensì che il popolo italiano lotta per mantenere e ricuperare contro l'Imperatore quello che i risorti Comuni chiamano le buone consuetudini, stabilite già dagli Imperatori della casa di Sassonia, allargate da quelli della casa di Franconia e all'ombra delle quali i Comuni stessi si sono ricostituiti; ma se entro le mura della città si smantellano a furor di popolo le rocche imperiali, se le città collegate momentaneamente, combattono in campo aperto contro i feudatari italiani e tedeschi e contro le milizie feudali, che attorniano l'Imperatore, niuno si sogna neppure di non riconoscere la sua autorità nelle Diete, niuno si sogna, quand'anche l'Imperatore è respinto dalle mura cittadine, di non riconoscerlo come giudice ed arbitro fra città e città, di non rispettarlo come il monarca legittimo, che legittimamente porta la corona dei re nazionali e più ancora come il monarca romano, che porta la corona d'Augusto, di Trajano e di Costantino.

Permettetemi di ricordarvi in proposito i mirabili versi del Carducci, che, poetizzando una pagina del Quinet, rappresenta epicamente questo che il Quinet chiama il fascino del diritto imperiale[22].

Siamo nella notte del Sabato santo del 1175, l'esercito della Lega Lombarda cinge da ogni parte l'esercito del Barbarossa, che ha dovuto levar l'assedio da Alessandria, e gli chiude ogni possibilità di scampo così dal lato delle Alpi, come da quello di Pavia. — L'imperatore è perduto. — Lo circondano costernati, avviliti, pensando già di non poter più uscir vivi da queste strette, il sire di Hohenzollern, stupito di dover morire per la vil mano di bottegai armati come i cavalieri; il Vescovo di Spira, che amaramente rimpiange il buon vino, i giocondi canonici, le torri della sua gotica cattedrale in Germania; il biondo Conte Palatino Ditpoldo, che in fantasia rivede i suoi castelli sul Reno e la bella Tecla sospirante d'amore al lume della luna; l'arcivescovo di Magonza che vorrebbe almeno esser certo i tesori rubati in Italia avessero varcato sicuramente le Alpi; il Conte del Tirolo, che si dispera dovere ormai il suo cane e il suo povero figliuolo andarsene alle caccie senza di lui:

Solo, a piedi, nel mezzo del campo, al corridore

Suo presso, riguardava nel ciel l'Imperatore,

Passavano le stelle su'l grigio capo. Nera

Dietro garria col vento l'imperial bandiera

A' fianchi di Boemia e di Polonia i regi

Scettro e spada reggevano del Santo Impero i fregi.

Quando stanche languivano le stelle, e rosseggianti