Prometto troppo. Me n'accorgo. Ma non mi manca almeno la buona volontà di mantenere e non di tutte le promesse, che a questo mondo si fanno, si può sempre assicurare altrettanto. — Ad ogni modo, proviamo!
Dei varii periodi, nei quali si vuole dividere la storia del Medio Evo italiano, vi fu principalmente parlato dei secoli XI e XII, con qualche scorsa nei periodi anteriori e nei susseguenti, ora per indicare la cagione degli avvenimenti, ora per mostrarne le conseguenze e chiarir bene così da che profonda notte si usciva a quelli che si convenne chiamare, gli albori della vita italiana. Albori di vita italiana? O perchè? Era dunque morta questa vita? Quand'è che nella storia si muore e si rinasce? No, signore; nè si muore, nè si rinasce in realtà, bensì anche nella storia annotta e si brancola talvolta nel buio, poi un po' di luce torna a risplendere e ci si rimette in cammino. La dominazione romana del resto era il mondo, non l'Italia soltanto. Un'idea e una forza, irresistibili entrambi, il cristianesimo e i barbari, sfasciano quella potente, quella sapiente unità, annientano quella universale dominazione. Allora l'un popolo si getta sull'altro, e questa convivenza forzata di razze diverse sul medesimo suolo, l'una che padroneggia, l'altra che serve, sino a che col mescolarsi e coll'accomunare le loro forze rispettive danno origine ad una civiltà nuova sotto la luce dell'idea cristiana, è il fatto elementare, per dir così, della storia medievale europea; un fatto non mai accaduto prima in così larghe proporzioni; un fatto, che non può ripetersi dopo, e che contraddistingue perciò il Medio Evo da tutte le altre età della storia. — La fusione fra invasori ed indigeni, fra dominatori e dominanti, accade fuori d'Italia più facile. Ben gli aveva Roma già curvati una volta gli uni e gli altri sotto il medesimo giogo! Ma in Italia romanità e barbarie non si fondono con uguale facilità, nonostante il cristianesimo, che fu gran fattore di tali fusioni. Tutto resiste e impedisce. Più di tutto forse l'idea romana, stata perciò paragonata, per quella specie di fato perpetuo, che diviene nella nostra storia, ad una di quelle stelle tanto grandi e tanto lontane, che il loro raggio non ci giunge se non dopo diecine di secoli, sicchè, se ora venisse a spegnersi, la si vedrebbe splendere ancora per molte migliaia di anni. Così è. La vecchia Roma è finita, ma il pensiero di lei sopravvive e domina tutti per lungo corso di storia, barbari, latini, papi, comuni, pensatori, tribuni, cronisti, poeti, persino la casalinga donnetta del primitivo Comune Fiorentino, che
.... traendo alla rocca la chioma,
Favoleggiava con la sua famiglia
De' Troiani, di Fiesole e di Roma.
Quando col pensiero fisso alla libertà e indipendenza dell'Italia, anche i libri di storia erano per metà di politica[16], usava discutere se dato che i Longobardi avessero potuto occupare e reggere tutta l'Italia, non si sarebbe fin d'allora formato dell'Italia uno stato nella nuova forma romano-barbarica, come la Francia e la Spagna, ed il Machiavelli accusava fieramente i Papi d'averlo impedito e dietro a lui tanti altri dibattevano la medesima questione, che con ragione il Mamiani giudicava aver lo stesso valore che «cercare quello che accaderebbe al mondo se l'aria avesse manco di ossigene, o il mare di salsedine o la terra ponesse a fare il suo giro sole dodici ore in cambio di ventiquattro»[17]. Se una filosofia della storia è possibile (cosa di cui molti dubitano) è fondandola unicamente sui fatti, quali furono, non quali alcuno potrebbe desiderare che fossero stati. E stando ai fatti, all'anarchia dei duchi Longobardi fu pure un progresso e un ordine dato la feudalità franca, il cui capo, invasato anch'esso dall'idea romana, ricostituisce la dignità imperiale cessata in occidente da oltre tre secoli, fra le ingenue acclamazioni del popolo italiano, che non sospetta neppure di dover essere la prima vittima di questa ricostituzione; alla quale, morto Carlomagno, sottentra un'anarchia feudale, confusa, impotente, buona a nulla, anche quando l'un pretendente sopraffà l'altro, perchè Berengario osa intitolarsi re d'Italia, allorchè non ne signoreggia tanta, se non quanta è compresa fra l'Adige e il Po. — Anche a quest'anarchia viene a metter ordine, dopo oltre settant'anni, una seconda restaurazione imperiale, ma intanto nel consorzio umile, modesto, quasi inavvertito della corporazione d'arte, all'ombra del campanile della parrocchia, sotto l'autorità ecclesiastico-feudale del Vescovo, a cui gli imperatori di casa Sassone concedono via via il potere degli antichi Conti[18], si ridesta e si svolge già tanto di nuova vita italiana, che lo storico Sismondi non dubitò di glorificare quegli Imperatori tedeschi, come i veri fondatori, i veri padri dei nostri Comuni. Lo furono essi in realtà? — A questa quistione, o signore, avete sentito accennare più volte, ma poichè trattavasi della storia speciale dei principali Comuni, era naturale che per accenno soltanto fosse toccata. Or bene, le linee più generali di tale questione son queste[19].
Il nostro Comune medievale è una vecchia istituzione romana, che ha resistito all'urto delle invasioni barbariche e che ha perdurato durante l'ordinamento feudale (il quale ordinamento non è altro in sostanza che la barbarie disciplinata per mezzo del possesso territoriale), ovvero è una istituzione nuova, una istituzione importata, in una parola una istituzione tedesca?
Ma se era indigena, antica, romana, perchè avea aspettato a rivelarsi di nuovo che la feudalità avesse pur dato un assetto qualsiasi alle barbarie, e fosse già passata per tutte le sue vicende storiche e avesse trionfato dappertutto e avesse provveduto a tutte le necessità della vita civile, politica, pubblica e privata?
E se per contrario era nuova, importata da fuori, tedesca insomma, al pari della feudalità, se le sue origini erano da ricercarsi nell'indole degli invasori, nello sciolto individualismo germanico e nelle istituzioni provenienti dalla conquista, come mai sorgeva essa in assoluta opposizione a quest'indole e a queste istituzioni, sicchè il suo trionfo non dovesse essere che a prezzo d'abbattere i castelli feudali e d'assoggettare i discendenti degli invasori alle leggi del Comune? Il Comune insomma è cosa nostra, è un diritto, di cui il popolo italiano non smarrì mai la coscienza, o è un effetto del vassallaggio del regno feudale italico al regno feudale di Germania?
Sì l'una che l'altra opinione ebbero sostenitori di grandissima autorità. Ma oramai prevale, come avrete avvertito, una opinione media fra questi due estremi, un'opinione, che è la più conforme all'indirizzo tutto positivo degli studi storici moderni, perchè tien conto nella soluzione del problema, non di un ordine di fatti soltanto, ma quanto è possibile, di tutti i fatti della storia. Ora il germanismo, la feudalità, la Chiesa, l'Impero, tutti questi sono elementi storici, che concorrono a comporre la vita civile e politica del Medio Evo. Sotto molteplici travestimenti, e con adattamenti diversi, ora vigoroso e visibile, ora debole e quasi perduto di vista, l'antico municipio latino ha bensì perdurato sotto a tutto quel pondo immane di nuove sovrapposizioni, ma com'era possibile che risorgesse del tutto all'infuori estraneo affatto a quegli elementi, in onta ai quali era sopravvissuto? La storia non procede così. Da tutti quegli elementi di vita medievale e insieme dalla conservata tradizione romana nasce dunque il Comune, di cui avete veduto, o signore, i tipi principali in Milano, Venezia, Firenze, e non soggiungo Roma, perchè Roma sta da sè, impigliata più d'ogni altro Comune nella vecchia idea romana della dominazione universale e colla presenza del Papato, di cui vi fu narrato il crescere dell'enorme dominazione spirituale (non certo utopistica questa, perchè sorpassò di gran lunga l'antica dominazione romana), e vi fu narrato altresì il sorgere e progredire della dominazione temporale, cagione principale forse che rese così straordinariamente confusa, tempestosa, anarchica in permanenza, assai più di quella d'ogni altro Comune, la vita del Comune romano. — Milano è il tipo del Comune svoltosi nel regno feudale. — Fra i Comuni marittimi, specie i meridionali, che sottrattisi alla dominazione Longobarda o sotto la debole e lontana sovranità bizantina sono i primi a sorgere e i primi a scomparire, fra i Comuni marittimi Venezia sta sola, Venezia che morirà per ultima di tutte le repubbliche italiane e che costituisce come un lungo episodio della storia nazionale, estraneo a tutte le forme principali del movimento politico dell'Italia[20]. — Firenze infine, il più tardivo degli stessi Comuni toscani e insieme il più glorioso di tutti i Comuni italiani, riassume in sè tutte le forme della vita comunale, ma ad una ad una le elimina tutte per rimanere il gran tipo del Comune democratico, dove neppure avete più, come in Milano, vero governo a Comune, a cui cioè nobili e popolani partecipino ugualmente, ma dopo alterne vicende di governo di nobili, e di governo di nobili e popolo, questo all'ultimo sormonta e crea, ripeto, il gran tipo del Comune democratico. Tant'è che a Firenze il moto comunale si svolge lungo tempo senza che apparisca nessuna spiccata individualità storica, che non sia tutto il popolo, mentre a Milano, la città d'Italia, dove si può dire che il moto, il quale dà origine alle libertà comunali, proceda più manifesto e più regolare, avete una grande successione di grandi uomini, nei quali sarebbe quasi possibile accentrare la sua storia. Milano infatti, la maggior sede arcivescovile di Lombardia, con giurisdizione amplissima, grandi ricchezze, con rito distinto, quasi un altro Papato di fronte al Romano, è delle prime città, che passano dalla podestà comitale a quella del Vescovo ed in Sant'Ambrogio, l'eroe eponimo milanese al IV secolo, s'intravvedono già le prime linee di quella potenza, che dopo terribili vicende ricomparisce in Ansperto di Biasonno nel IX secolo, in Landolfo di Carcano nel X e finalmente in Ariberto d'Intimiano nell'XI, la solenne figura, che in pieno Medio Evo ha ispirazioni e ardimenti politici degni del Conte di Cavour e attorno alla quale vedeste aggrupparsi l'insurrezione dei vassalli minori contro i capitani o vassalli maggiori, come in Lanzone, il nobile ribelle al proprio ordine, il vassallo maggiore, che fa causa comune colla plebe, vedeste accentrarsi il moto glorioso, che riescì all'unione dei vassalli minori con la plebe, e quindi alla libertà del Comune.