Logoro dalla gloria,

Verranno i re da regïon lontane

Le tue belle a sposar repubblicane;

E su quella palude

D'alighe immonde sorgeran portenti

Di templi, di trofei, di monumenti[25].

E sia, ammiriamo pure Venezia. Ma voi sapevate prima, o signore, e sempre più vi sarete confermate, che se si vuole penetrare veramente nel vivo della storia del Medio Evo italiano, vedere atteggiate e combattenti tutte le passioni di quella età, saggiate tutte le forme politiche; se si vuol conoscere come dalla lotta lontana delle due podestà che dominano il Medio Evo, Papato ed Impero, come dall'affievolirsi dell'organizzazione feudale si svolga la libertà del Comune popolare e a che tradizioni questo comune riattacchi le sue origini, e perchè contenga quasi due popoli in uno e perchè la lotta a morte fra questi due elementi che lo compongono costituisca il destino e il segreto della sua storia; se si vuole infine sapere perchè vi sia una storia di un grande Comune italiano, che è tipo e modello di quasi tutte le altre, bisogna guardare a Firenze, a questo cuore d'Italia, come fu chiamata, che all'infausto cosmopolitismo imperiale o papale di Roma potrà per sua gloria contrapporre il cosmopolitismo dell'arte, della poesia, della scienza, il privilegio della lingua, e persino fra le tumultuose tragedie della sua vita interiore i primi germi dello Stato moderno.

Nelle ingenue leggende delle sue origini vedeste già adombrate, forse con senso più profondo che non apparisca, le divisioni etniche, che divamperanno più tardi in lotte furibonde; le quali lotte e divisioni, in quel Comune, che tarda tanto a svolgersi e si svolge quasi inavvertito, quasi inconscio di sè, strappando a brandelli il suo potere della potestà Margraviale della contessa Matilde; in quel Comune, composto nella maggior parte di operai, di artigiani, e di qualche nobile decaduto, che per miseria s'inurba; in quel Comune che stretto nelle sue associazioni d'arti e mestieri si regge e progredisce con queste senza bisogno di potere centrale, cominciando, direbbe il Romagnosi, il suo incivilimento in ordine inverso, cioè dall'industria per giungere al possesso territoriale; in quel Comune, dico, come risulta ancor più evidente dalla sua storia ulteriore, quelle divisioni e le lotte, che ne conseguono, rimangono sempre esse nel fondo di tutte le sue vicende o possono dirsi quasi la legge storica, che illumina da cima a fondo tutto quell'incomposto arruffio. Il quale non spossa le forze del Comune, anzi sembra aumentarle, poichè appena le interne discordie danno qualche tregua, si guerreggiano le terre vicine e si allarga lo Stato; uno Stato che è tutto nella città principale, la quale non si aggrega, ma domina feudalescamente i vicini e che all'Impero chiede sopratutto di lasciarlo sottentrare nei diritti e nel potere degli antichi feudatari; altra prova, se mai occorresse, che il nostro Comune medievale è bensì romano d'origine, ma dalla temperie barbarica e feudale, in cui è risorto, profondamente modificato. Così è che le due parti combattentisi entro il Comune pigliano i due nuovi nomi, come dice Dino Compagni, di Guelfi e di Ghibellini, ma il loro contrasto preesisteva a questi nuovi nomi, nella stessa guisa che il prorompere di queste lotte si verifica in Firenze assai prima del fatto del Buondelmonte, a cui gli storici lo sogliono riferire, e non è se non un incidente di quella torbida vita del Comune fiorentino, di cui parrebbero un mistero inesplicabile non solo il progredire, ma anche il durare e l'esistere, se non si sapesse donde viene, ove va, se una medesima legge storica non ci scorgesse a comprendere gli Ordinamenti di Giustizia del 1293, la vittoria dei Ciompi nel 1378, gli eccessi che spianano a poco a poco la via alla lunga insidia dei Medici, nel tempo stesso che i forti e grandi sentimenti di quel popolo, le sue umane riforme, la sua carità operosa, l'ardente sua fede ci spiegano l'altro mistero che fra discordie e tumulti così feroci e continui la civiltà più complessa spicchi tal volo e veggansi nelle chiese, nei quadri, nei primi saggi della pittura nascente affollarsi angeli, cherubini, madonne, apparizioni candide, innocenti, che sembrano discese dal cielo a predicar la pace fra gli uomini, e fra tanto imperversare di odii l'arte, religiosissima ancora, sforzasi, quasi in espiazione, a moltiplicare dovunque gli emblemi dell'amore.

Potremmo noi mai sperare di dominare egualmente col nostro pensiero, di assoggettare egualmente ad una legge storica qualunque la confusione permanentemente anarchica della storia del Comune di Roma? Ben è spiegabile, anche con soli argomenti umani, come la potestà del Vescovo di Roma si muti e si espanda via via nell'enorme e universale potenza del Papa; ben può la critica, la quale cominciò fin dal secolo XV a sfrondare le leggende congegnate a fine politico ed a saggiare la falsità dei documenti, sui quali si pretendevano fondare quelle leggende, dirci come sorse e si piantò formidabile in Roma anche la potenza temporale del Papa; ma quanto al Comune, e benchè esso assuma talvolta nel corso della sua storia le forme e le istituzioni degli altri Comuni, non mai gli riesce trovarvi la forza e la stabilità per lo meno relativa, che gli altri vi hanno trovato, e lo spettacolo delle sue convulsioni perpetue è tutto quello che ci apparisce di lui. Egli è che esso non sorge come gli altri, non si viene formando come gli altri, e per l'influenza dell'Impero e la presenza del Papato sente spesso ora dall'uno ora dall'altro quasi assorbita la propria esistenza. La cui prima apparizione è forse quando Roma resiste ai Longobardi con le forze unite del Papa e del popolo o si palesa in una forma aristocratico-militare, la quale abbraccia con tale ampiezza tutti gli ordini dei cittadini, che il nome stesso d'esercito serve ad indicare il popolo intiero. Dal VII all'XI secolo il Comune di Roma si direbbe costituito a un dipresso nelle forme degli altri nostri Comuni medievali e precorrerli quasi tutti. Se non che Roma ha il Papa, il cui potere s'afforza via via sempre più, e che, se fa causa comune col popolo, lo domina; se mai teme d'esserne sopraffatto, gli oppone la forza e l'autorità dell'Impero o a questo o a quello la monarchia napoletana, contrappeso all'Impero, che il Papa baderà bene a non lasciarsi, finchè può, sfuggire di mano. L'Impero alla sua volta, o è potente e domina Papa e Comune, o è debole, vacante, assente o conteso fra molti, ed ecco nobiltà e popolo romano arrogarsene i diritti; pretensione eterna, che esercitata dal popolo o dai nobili si personifica in Alberico, in Brancaleone, in Crescenzio, in Arnaldo, in Cola di Rienzo, gli eroi episodici del Comune di Roma, sviato sempre dal fissarsi in una forma qualsiasi da quelli che il Giusti chiamò i grilli romani, cessati soltanto allorchè Martino V, fondatore definitivo del regno temporale dei Papi nel secolo XV, ebbe annientato in Roma ogni vestigio di libertà comunale. Ma chi bada alla storia del Comune di Roma? Sopraffatti dal gran nome di Roma, gli storici stessi, col pensiero fisso nel destino mondiale dell'eterna città, badano al Papato, all'Impero, poco o nulla al Comune, che penosamente si dibatte fra le strette mortali dei due colossi, opponendo all'uno e all'altro i suoi ricordi classici colla pretensione poco giustificata nel fatto che Roma non solo sia il centro della Chiesa e dell'Impero, ma non debba in realtà sottostare nè all'una nè all'altro e sia anzi la fonte e l'origine dei diritti di entrambi[26].

Nel riandare di volo gli argomenti, dei quali vi fu parlato, ho alterato un po' l'ordine del programma, ma aggruppare del tutto i ricordi di questa agitata vita comunale e distogliersene del tutto per guardare ad un paesaggio alpino e vederci sorgere la potenza e la gloria di Casa Savoia è come riposar l'occhio e il pensiero, quantunque anche là lo studio delle origini si perda nelle nebbie della leggenda. Di fatto quell'Umberto, detto nelle cronache dalle bianche mani e che si ha pel capo stipite di Casa Savoia, chi è desso? donde è venuto? è straniero, italiano, gallo-romano o latino? Nacque di sangue regio o no? A che giova, si dirà, affannarsi dietro tali ricerche? Ma appunto quando il destino d'una dinastia o d'un popolo poggia molto in alto sorgono il desiderio e il bisogno di magnificarne le origini sempre più. Se il documento manca, la tradizione soccorre, la tradizione, che è leggenda ancor essa, appunto come la leggenda degli Eneadi progenitori si ricongiunge alle origini del popolo Romano, quando questo è già grande, e già distende la sua potenza nel mondo. Ognuno allora raccoglie ed elabora di suo i frammenti raccolti, cosicchè anche per Umberto Biancamano sono numerosi i sistemi tentati per ispiegare la sua figura mezzo storica e mezzo leggendaria. Ma sull'uno o l'altro di tali sistemi non occorre ormai affaticarsi di più. I nostri principi non pretendono alla corona dei Cesari Tedeschi, nè ad un nono elettorato dell'Impero. La corona di ferro l'hanno cinta perchè se la sono meritata; di Umberto Biancamano, sfumate ormai le faticose industrie degli storici cortigiani e le ingenue combinazioni degli eruditi fantastici, si sa oggi di più e nel tempo stesso si sa di meno, ma si sa di certo che Casa di Savoia è sorta, cresciuta e s'è illustrata per la sua propria virtù[27]. Con tuttociò scarsa è l'azione italiana di Casa Savoia e del Piemonte durante l'età dei Comuni. Questo moto comunale si propagò anche in Piemonte, perchè era l'espressione delle condizioni sociali di tutta Italia, ma Casa di Savoia, in cui perdurano più a lungo e più salde che altrove le forme feudali, gli si contrappone, mentre poi la sua, come oggi si direbbe, missione italiana è ritardata dallo scindersi la sua potenza tra i due rami di Savoia e d'Acaia, i quali non si ricongiungono che al 1418. Casa di Savoia rimane fida in sostanza all'idea ghibellina, ma l'augurio di sua futura fortuna è appunto in quella vita strettamente feudale, che le mantiene lo spirito militare e cavalleresco anche quando altrove è illanguidito, ond'è che nella seconda metà del secolo XIV vedesi di nuovo nel Conte Verde la baldanza spensierata e lo spirito avventuroso dei primi Crociati, e n'ha, per così dire, in premio la prima vera ingerenza italiana di Casa Savoia nella pace di Torino del 1381, con cui ha fine la cosidetta guerra di Chioggia tra Genova e Venezia. Ma verranno i giorni di vera gloria italiana per questi guerrieri chiusi ora nei loro castelli di Savoia, come le aquile nei nidi delle Alpi, mentre tutt'altro destino è riserbato a quell'altra monarchia che per opera d'avventurieri stranieri sorge all'altro estremo d'Italia, quasi contemporanea a quando la luce della storia comincia a diradare le nebbie della leggenda in cui sono ravvolte le origini di Casa Savoia.