È vita finalmente (e che vita!) il sorgere dell'arte nuova, che dopo la scura tregenda, le cupe immagini bizantine, i deliri architetturali del più fitto Medio Evo, dopo aver svincolate le sue forme diverse dall'anonima schiavitù, che le confonde tutte nell'architettura del tempio gotico, si afferma risoluta, franca, individuale, abbenchè tardiva ancor essa al pari della letteratura, perchè l'una e l'altra, sono nella civiltà un effetto, un prodotto, che non si determina senza cagioni proporzionate.

Ora come dall'anonima congerie delle corporazioni medievali questi primi albori di rinascimento, ai quali per quest'anno gli studi di queste conferenze si sono fermati, incominciano a sceverare e a svolgere il concetto dell'unità dello Stato, come dall'asfissia teologica incominciano a liberare le scienze morali, delle quali il pensiero laico s'impossessa con Dante, così sciolgono anche le arti da quell'aggruppamento forzato, così ciascuna ripiglia la propria individualità, affermantesi in Niccola Pisano, che tenta il primo riallacciamento del vecchio ideale greco-latino col nuovo ideale cristiano; in Giotto, l'artista divino, che, al pari di Dante Alighieri, intuisce quasi perfetto tutto l'ideale del Rinascimento.

Siamo sulla soglia, o signore, di questo grande avvenimento mondiale, che in Italia non ha bisogno d'aspettare che i Turchi, pigliando Costantinopoli, sperperino la coltura bizantina e ce la mandino esule e pellegrina a rifarci il sangue, o che Colombo slarghi il mondo e l'anima dell'uomo colla scoperta dell'America. No; un paese, che costituisce i Comuni, che in poco d'ora ha Dante, Giotto, la Divina Commedia e Santa Maria del Fiore non aspetta nulla da nessuno.

Appena la libertà, il pensiero, l'arte, la poesia ridanno pregio alla vita; appena collo scomporsi della società feudale si dirada quel buio mortificante del vero Medio Evo, che è rappresentato dalla poetica leggenda del finimondo, a cui avete sentito accennare più volte, l'Italia senza aspettar nulla da nessuno si alza dal sepolcro, come il Lazzaro quatriduano, e sorge, e cammina.

Oh non è un vanto cotesto, o se lo è, vi si mescolano a raumiliarci troppi presentimenti dolorosi. Oh non dubitate! Pagheremo cara questa precocità; pagheremo caro questo privilegio di gloria!

Ma non anticipiamo su nulla.

Se, come sento, il programma dell'anno venturo dovrà riprendere e compiere intiero lo studio dei secoli XIII e XIV, vi sarà ancora un grande, un immenso quadro storico da disegnare, ma su questo fondo prospettico le individualità si staccheranno sempre più vigorose e più vive e verrà quindi da sè la necessità di far meno storia e più vita.

E poichè questa vita, benchè torbida, agitatissima, dovrà sempre più concentrarsi in questa vostra cara e gloriosa Firenze, dove splende il gran triumvirato toscano, dove Dante chiude il Medio Evo e inaugura la civiltà nuova col poema già moderno di spirito e di lingua, il Petrarca col suo ideale d'antica coltura, il Boccaccio col pieno, libero e giocondo sentimento della vita reale, per cui la commedia umana si contrappone alla commedia divina, così vi sarà caro e gradevole sempre più conoscer bene tra che popolo vissero questi grandissimi, e riscontrare la storia coi monumenti non solo, ma entrare nella penombra solenne di quelle chiese, dove i vostri avi pregarono, nei banchi, nei fondachi, dove i mercanti accumulavano tesori, nelle officine, dove accanto agli arnesi del mestiere l'artigiano teneva le sue armi per essere pronto ad accorrere sotto il gonfalone dell'arte sua al primo tocco di campana; vi sarà caro e gradevole sempre più penetrare in quelle antiche dimore, in quei palazzi anneriti, merlati, dove i vostri avi amarono, odiarono, combatterono, e scorrerne le stanze, i cortili, le scale, tentando figurarvi qual viso, qual discorso, qual costume avessero i loro antichi abitatori, appunto «come talvolta vedendo un elmo antico tutto rugginoso ed alzandone la visiera, la fantasia (diceva Massimo d'Azeglio) tenta dipingersi il maschio ed ardito volto, che dovette un tempo riempierne il vano».

FINE.

NOTE: