Per placarlo o per risolverlo, Ariberto invitò allora l'imperatore Corrado, del quale supponeva l'animo a sè favorevole, pei ricordi dell'incoronazione e pel valido aiuto prestatogli nella campagna contro i Borgognoni.
Corrado scese infatti in Italia, ma con altre idee. Questa Milano, sempre irrequieta e ribelle, voleva domarla. Udita la querela sorta fra le varie classi dei nobili, aveva detto ai suoi cortigiani in Germania «se l'Italia è così affamata di leggi, coll'aiuto di Dio, io la sazierò»[4]. Ed entrava in Milano, deliberato a fondarvi dominio nuovo, mediante il duplice abbassamento dei grandi vassalli e del potere vescovile.
Ma del mutato animo suo ebbe sentore Ariberto; e gli si rivelò subito potente avversario, quanto gli era stato dapprima efficacissimo amico. Aveva Corrado manifestato il proposito di emancipare la diocesi di Lodi dalla sovranità che su essa esercitava l'arcivescovo di Milano. D'altra parte, una vaga tradizione, creata da secoli, dava privilegio al popolo milanese di non ricevere nelle sue mura nessun sovrano, fuorchè per causa d'incoronazione.
Fosse l'una o fosse l'altra ragione, — o fossero entrambe, — o fosse, abilmente lumeggiata, la paura della comune oppressione, certo è che il giorno dopo l'ingresso di Corrado cogli armigeri suoi, un tumulto popolare scoppiò improvviso a Milano.
Più che tumulto, bisognerebbe dire rivolta; giacchè proprio contro la persona dell'imperatore s'acuirono le minaccie e gli sdegni; ed egli fu costretto, dissimulando l'ira, ad uscire dalla città, recandosi nel suo campo presso Pavia.
Lì, con proposito di violenta reazione, convocò la Dieta del Regno, e si pose ad amministrare la giustizia; il che voleva dire, il più delle volte, ordinare supplizii[5].
L'arcivescovo di Milano non volle sembrare intimidito dai precedenti, e si recò audacemente a prendere il suo posto nella Dieta. Ma l'agguato non si fece aspettare. Investito violentemente da un feudatario tedesco per non so che ragioni concernenti la corte o borgata di Lecco, Ariberto chiese tempo a rispondere, probabilmente per raccogliere documenti; ma essendogli negato l'indugio, ricusò fieramente di giustificarsi; e l'imperatore, che altro non aspettava, ordinò senz'altro l'immediato arresto dell'arcivescovo. Non fu senza esitazione — pel rispetto inspirato dall'uomo e dalla carica — che quest'ordine venne eseguito. E Ariberto, dato in custodia a Poppone, patriarca di Aquileia, e a Corrado, marchese di Verona, fu condotto a Piacenza, dove restò prigioniero.
Credeva l'imperatore di avere fiaccata l'insolenza dei Milanesi, ma si accorse presto, con danno suo, di avere semplicemente posta la mano in un nido di vespe.
Incredibile fu la commozione che produsse in Milano la notizia di questo fatto. Le divisioni di parte scomparvero quasi per incanto. La rottura dell'alleanza fra Cesare e l'arcivescovo, fece di quest'ultimo il rappresentante naturale dell'indipendenza. Milano cessò da quel momento di essere città ghibellina. Diventò guelfa, e rimase tale, con poche alternative, fino al 1859.
I due cronisti milanesi dell'epoca, Arnolfo e Landolfo, descrivono colla stessa foga, quantunque appartenenti ad opposte opinioni, il dolore e l'indignazione della loro città.