Furono due mesi di lutto, durante i quali le gentildonne e le popolane si stemperarono in pianti, in elemosine, in preghiere, in processioni; mentre gli uomini ordinavano in fretta le pubbliche cose, scombuiate dalla mancanza della mano che era solita a muoverle.

Pensarono dapprima a trattare collo stesso imperatore, offrendogli ostaggi per la liberazione dell'arcivescovo; ma Corrado, poco suscettibile di scrupoli, trattenne gli ostaggi senza liberare Ariberto. Allora i Milanesi spedirono legati in Francia per suscitare nemici a Corrado ed offrire la corona d'Italia a Oddone di Sciampagna. E intanto altri fra i più nobili cittadini s'erano diretti ai conti e ai vescovi delle altre parti d'Italia, sollecitando una lega che avrebbe avuto per iscopo immediato la liberazione del grande arcivescovo, e per iscopo ultimo l'emancipazione dei comuni italiani dall'alto dominio germanico.

S'era nel più fitto di queste pratiche, quando, con immensa gioia del popolo milanese, ricomparve Ariberto, libero in mezzo a' suoi. Gli era bene riuscito uno stratagemma. Per mezzo d'un monaco, suo fedelissimo, Albizzone, s'era fatto inviare nel carcere dall'abbadessa d'un monastero di San Sisto, consacrata da lui, gran copia di provvigioni e di ghiottornie. Posta ogni cosa a disposizione de' suoi custodi, questi, com'era facile prevedere, s'ubbriacarono saporitamente; e, durante il loro sonno, potè Ariberto, aiutato dal previdente Albizzone, uscire dal carcere, attraversare il Po in una barca, e giungere, fanatizzando tutti, a Milano.

Qui comincia l'epoca più pura e più grande nella vita di Ariberto da Intimiano. La lotta che Milano sostenne nel 1037 contro Corrado il Salico, lotta di cui Ariberto capitanò tutto lo svolgimento e quasi tutti gli episodî, non è inferiore nè di magnanimità nè di gloria a quella che sostenne un secolo dopo contro Federico Barbarossa. Direi anzi che in questa furono più alti gli animi, più compatte le volontà. E se di quella i risultati politici furono italianamente maggiori, non bisogna dimenticare che a Legnano ed alla pace di Costanza avevano contribuito, oltre Milano appena rifatta, le forze della Lega Lombarda, gli aiuti dei marchesi di Dovara e di Romano, le influenze di papa Alessandro III e della repubblica di Venezia. Nulla invece di tutto ciò confortava Milano nel 1031. Quando Corrado, irritato per la fuga del suo prigioniero e sitibondo di vendetta, venne a porre il suo esercito intorno a Milano, aveva per sè quei contingenti delle città lombarde e quelle influenze papali che triplicavano l'isolamento materiale e morale della minacciata città.

Questa però, piena di fede nell'uomo energico che governava nel tempo stesso i suoi interessi materiali e i suoi sentimenti religiosi, si atteggiò a disperata difesa contro un'offesa implacabile.

Le mura di Ansperto, e le trecento torri da cui facevano buona guardia i suoi difensori, impedirono che i nemici penetrassero nella città; ma Corrado, in ciò non peggiore de' suoi precursori e dei continuatori suoi, fece il deserto nei sobborghi e nel contado. «Eo tempore» scrive Vippone fedelissimo suo «imperator Mediolanenses nimium aillixit; et quoniam urbem antiquo opere et maxima multitudine munitam capere non poterat, quod in circuito fuerat igne et gladio consumpsit.»

Il 19 maggio, Corrado tentò l'assalto. Non solo fu ributtato, ma i Milanesi, uscendo audacemente dai terrapieni, si azzuffarono coi Tedeschi in una battaglia campale, dove si distinse pel suo coraggio un Eriprando Visconti.

Riuscitagli male la violenza, l'imperatore sperò nell'insidia; e, senza convocare nessuna Dieta, promulgò dal suo campo quelle leggi che da Germania aveva promesse; mediante le quali, emancipando i piccoli feudi dai maggiori vassalli, gettava un tizzone di discordia fra gli alleati dell'arcivescovo, i Capitani e i Valvassori.

Il tizzone si spense senza dar fiamma. Il sentimento patriottico, quantunque allora si trattasse di patria piccola, era già più forte d'ogni seduzione straniera. Ariberto rispose a quei decreti, mutando radicalmente le basi della pubblica difesa; disciplinando al servizio delle armi i popolani; i quali trassero dalla nuova dignità del combattere gli elementi di una virtù civile, ormai da secoli soffocata nei loro animi.

L'imperatore cercò allora, contro l'indomito prelato, l'appoggio della tiara pontificale; e si abboccò a Cremona con papa Benedetto IX, di sciagurata memoria. Da quel convegno uscirono per Ariberto due fulmini; la sua deposizione dalla sedia arcivescovile alla quale fu nominato un prete Ambrogio, e più tardi la scomunica pontificia: l'affetto dei Milanesi mantenne ad Ariberto la dignità episcopale, che invano Ambrogio cercò carpirgli; e la pessima riputazione di Benedetto IX impedì che alla sua condanna ecclesiastica si attribuisse il consueto prestigio. Quanto a Corrado, si trovò pagato della stessa moneta. Chi lo aveva di moto proprio incoronato, di moto proprio lo scoronò. Ariberto fece togliere dagli atti pubblici ogni data imperiale, dichiarò Corrado decaduto dalla dignità regia in Italia, ed invitò Oddone di Sciampagna ad assalire l'imperatore in Germania.