Questi allora, imbestialito per un'audacia che si sentiva impotente a punire, e costretto a ricondurre oltre l'Alpi un esercito stremato dalle battaglie, dalle epidemie e dalle faticose marcie lungo la penisola, radunò tutti i principi vassalli dell'Italia settentrionale e fece loro giurare di devastare ogni anno il territorio milanese, affinchè la ribelle città, non domata dalle armi, dovesse arrendersi per la sofferenza e per la fame.

I principi giurarono; e nel successivo anno 1039 mantennero la parola, presentandosi con forze nuove e imponenti nelle vicinanze della città. Ma Ariberto non aveva perduto il suo tempo. Durante i mesi d'inverno, la riforma politica e militare da lui ideata s'era svolta in maggiori proporzioni. Ai popolani del contado aveva fatto balenare quelle stesse idee di patria, di resistenza e di emancipazione, colle quali aveva affascinato i popolani della città. Armi ed ordigni di difesa s'erano fabbricati in gran numero, e l'arcivescovo ne distribuiva a tutti, disciplinando, come oggi si direbbe, a leva in massa tutta quella moltitudine, chiamata dalla voce di un forte, che era nel tempo stesso Davide e Samuele, a riacquistare quella libertà che gli avi imbelli avevano perduta: «pro libertate aquirenda præliante, quam olim parentes ejus ob nimiam hominum raritatem amiserant»[6].

Nè bastava. Poichè Ariberto, profondo conoscitore dei suoi tempi e del popolo suo, comprese che a radicare l'idea nuova ed astratta della patria in quelle menti avvezze a forme simboliche, era mestieri identificarla in un simbolo nuovo. Ed inventò il Carroccio; singolare e primordiale istromento di guerra, destinato a diventar subito popolare in tutte le italiane città; curioso emblema di superstizione, di fede, di poesia popolare e di disciplina guerresca; immagine fantastica della religione e della patria, strette a comune difesa; carro di vittoria e altare di pace, intorno a cui si combatteva con energia, si moriva con entusiasmo.

Così risollevati a nuova vita materiale e morale, i popolani lombardi provvidero energicamente alla difesa dei loro abituri; e la sconfitta dei grandi vassalli imperiali sarebbe stata disastrosa, se non fosse giunta notizia della morte dell'imperatore Corrado in Utrecht; notizia che bastò a far cessare la lotta ed a sciogliere l'esercito dei coalizzati feudali.

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Qui comincia la terza ed ultima fase del rinnovamento politico milanese.

L'insurrezione dei Valvassori aveva scosso nel sentimento pubblico il prestigio del feudalismo; la difesa contro l'Impero aveva reso popolare il bisogno dell'indipendenza; non mancava che un movimento diretto ad assicurarsi l'esercizio delle libertà comunali. Questo movimento tardò tre anni, ma dal 1042 al 1045 mutò radicalmente la costituzione politica di Milano.

Un valvassore, per privata contesa, aveva ucciso un plebeo. Non era fatto strano, e novanta volte su cento, prima d'allora, sarà rimasto impunito. Ma la plebe non era più il gregge pauroso e servile, che accettava la sferza del padrone, chiunque si fosse. Aveva combattuto insieme ai nobili contro Cesare, e acquistato quindi un certo sentimento di eguaglianza civile. Non sopportò più di riconoscere in tanti concittadini quel diritto di oppressione che negli antichi Duchi le era parso quasi legittimo[7]. Aveva imparato tre anni prima l'uso delle armi; le impugnò nuovamente, e scese nelle vie, deliberata a combattere le classi nobiliari e mettere fine alla loro anarchica prepotenza[8].

Fu una lotta epica; durata tre anni, e che finì, dice Arnolfo, «con una profonda mutazione nello stato della città e della Chiesa.»

La guerra civile non era mai apparsa in Milano così feroce, col suo sinistro codazzo di stragi, di vendette e di devastazioni. Fino dai primi giorni, il furore fu tale che non si dette quartiere. I popolani dovevano essere certamente dieci volte più numerosi dei nobili; ma questi avevano per sè le armature complete, i cavalli in assetto di guerra, le feritoie dei loro palazzi di pietra, la più profonda cognizione degli ordini militari. Sicchè, malgrado la sproporzione numerica, i primi combattimenti non erano riusciti favorevoli all'insurrezione; la quale probabilmente sarebbe stata repressa e domata, se un uomo, uscito da tutt'altre schiere, non le avesse dato il potente aiuto del suo valore e della sua virtù.