Vi parrà, che in questo intreccio di fantasie cosmogoniche e religiose nulla vi sia di cui ci si giovi. Nulla, di certo; forse vi avrete raccolto qualche eco di racconti già uditi, stranamente confusi con invenzioni nuove; ma ciò al soggetto nostro non preme. Al soggetto nostro preme osservare che, come le religioni sogliono, anche questa dei Vikingi o dei Norvegi era atta ad aprirne gli spiriti e lasciarli spaziare più in là e più in su, a metter loro davanti il contrasto del bene e del male; ad arricchirli di qualche idealità avvivatrice. Difatti, se gli abbiamo visti, i Vikingi, astuti e soperchiatori, pure non era sola la preda che li allettava a' pericoli, bensì ancora gli abbagliava la gloria, com'essi la intendevano, la vaghezza del nuovo. «Chi vuole», dicevano, «col suo coraggio acquistare gloria, deve persino innanzi a tre nemici non trarsi indietro; soltanto avanti a quattro può fuggire senza vergogna.» E il premio che s'aspettavano, era, dopo morte, il banchettar con Odino lassù e con quanti altri eroi erano morti prima o dopo. Nè volevano la battaglia, la morte, priva di canto. Le corti dei principi, dei capi, le navi stesse, mentre scorrevano il mare, eran piene dei lor cantori, gli Scaldi, ai quali spettava celebrare nei versi le imprese dei valorosi. Nessuna persona più accetta di loro nei palazzi dei grandi. Cantavano poesie loro, poesie di loro antecessori avanti ad essi. Ne ricevevano in ricambio ricchi doni. I cortigiani avevano obbligo d'imparare a mente i versi cantati e diffonderli. Non tutto, vedete, nei paesi e nei tempi barbari è men civile che nei paesi e tempi civili.

Così vaghi di glorie e di avventure accrebbero la loro e la nostra cognizione della terra. Nel 861 Nadodd fu gettato da una terribile tempesta sulle coste di una terra ignota; la chiamò come la vide, terra di neve, ne tornò sgomento della natura selvaggia, in mezzo a cui s'era visto; ma uno svedese, Gardar Svafarson, vi approdò da capo più tardi e la chiamò Gardarsholm, isola di Gardar. Altri, cacciati o da timori o da speranze o da voglia di libero vivere, scoversero l'Islanda, Ingolfshodi; traevano il nome o dal proprio loco o dalla natura visibile. Nè qui si fermarono. Verso la fine del decimo secolo Eirek il rosso, sbandito dalla patria per un omicidio, allestì una nave gigantesca col disegno di veleggiare verso mezzogiorno; non mosse solo, ma accompagnato da audaci. Nel 982 vide distendersi dinanzi a lui una lunga costa, coronata da un ghiacciaio; non sostò nè mutò rotta; sinchè non ebbe incontrata una regione, che per essere di state verdeggiava tutta e la chiamò Groenlandia, e vi chiamò altri. Fra questi un Bjarni, in un viaggio con una propria nave, si trovò una volta a vagare molti giorni e notti senza sapere dove fosse. Da molti giorni non vedeva il sole, quando gli si mostrò una terra, che nè a lui nè a' suoi compagni parve la Groenlandia. Non vi si ancorò; navigò più oltre; e dopo due giorni e due notti gli sorsero davanti due strisce di costa, delle quali la seconda mostrava grandi monti di ghiaccio. E neanche qui si sentì invogliato a sbarcare; avanzò; e, menato via da un forte libeccio, scoverse dopo quattro giorni una quarta terra e vi discese. Quivi trovò il padre Herjulf, che senza sua saputa vi dimorava, e accolto lietamente, vi rimase il resto della vita. Che terre erano queste? L'ultima, si congettura fosse la costa del Massachusetts; la seconda, la Nuova Scozia; la terza, non è ben chiaro; forse il nuovo Fundland. Così avrebbero rinvenuto l'America un cinque secoli e più prima di Colombo, se gli uomini vedessero davvero le cose, prima di esser maturi a vederle e a giovarsene. Nè Bjarni restò poi solo. Un Leif, figliuolo di quell'Eirek, scoperse il Labrador e rivide la Nuova Scozia, che chiamò Terra del vino poichè vi abbondavano rigogliose le viti; nel 792 vi tornò il fratello Thorwald, e pose la sua sede in quella che fu poi chiamata isola di Rhode; e se ne spiccò per spiare il paese verso settentrione, ma fu viaggio funesto. Giunto, si crede, alla montagna di Gurnet nel golfo di Plymouth, l'uccisero. Ed altri seguirono; ma questi bastano a mostrare un aspetto di questa indole Vikinga, il più adatto a spiegare la loro azione sul mondo.

Giacchè i Vikingi amavano di uscire di casa e andare a risiedere persino in regioni ignote e selvaggie, come non avrebbero sentita la voglia di prender dimora in regioni relativamente civili alle cui spiaggie approdavano o per i cui fiumi s'internavano? Una delle prime di queste era la Francia nella sua costa settentrionale, lì dove era a quei tempi chiamata Neustria. Risalivano la Senna: bruciavano a dritta e a manca. Parigi gli attirava. Vi penetrarono nel 857; ne bruciarono le chiese: ne misero a ruba le case: la città si riscattò a denaro, ma v'eran rimasti cinque anni. Ventotto anni dopo vi tornarono forti di settecento navi. Il fiume n'era ricoperto per un tratto di due miglia. Ma la città, istruita dalle precedenti invasioni, s'era afforzata. Fu variamente, gagliardamente attaccata, ma anche gagliardamente difesa. Così l'anno dopo. Come alla battaglia di Regillo, Castore e Polluce erano apparsi in aiuto a' Romani, così a' Parigini venne in aiuto tutto un esercito celeste. Il capo dei Vikingi stanco accondiscese ad andar via per denaro; gliene fu dato: andò. Ma non tutti i suoi lo seguirono; parecchi restarono; e ritentarono gli assalti. Nè si mossero, sinchè Carlo il Grosso non si fu avvicinato con un esercito, non già per usarlo a cacciarli via colla forza, ma per pagare la ritirata anche a questi. Eran rimasti dieci mesi; ma non perchè Parigi avea lor resistito, se ne tornavano a casa. Anzi si spandevano per le regioni a settentrione di Parigi, e vi si stanziavano. Già nel principio del decimo secolo la popolazione v'era di Vikingi in gran parte. Anzi la difendevano contro altri Vikingi, meglio che i Franchi non avevano fatto contro loro. Nel 911 un Rollo, o Rollone, — uomo di tale corporatura che non c'era cavallo che lo reggesse, ond'era costretto ad andare sempre a piedi, sicchè ne aveva avuto soprannome di camminatore, — chiese a Carlo il Semplice licenza di stabilirvisi addirittura, e l'ebbe. Così quella parte di Neustria che i Vikingi occuparono con lui, mutò nome, e si chiamò quind'innanzi Normandia; giacchè i Vikingi eran detti altresì Northmen, uomini del Nord, o, come noi diciamo, senza più intendere il nome, Normanni.

La cessione di quel tratto di terra lungo la Senna dall'Epta e dall'Eure al mare non fu fatta da Carlo volentieri: ma l'arcivescovo di Rouen non potette ottenere da Rollone a miglior patto che si ritirasse dai confini della Borgogna, dov'era giunto, e vi aveva vinto il Duca. Già questo patto, così duramente imposto, mostra in quali condizioni fosse allora la Francia. Mentre i Normanni la disertavano a settentrione, facevan peggio i Saraceni a mezzo giorno. La debolezza del Principe, l'indisciplina e l'insubordinatezza dei grandi, la mala sicurezza di tutti vi avevano disciolto ogni ordine. La leggenda — quella stessa che l'Ariosto ha verseggiata — fece poi di tutti i Carli della dinastia Carolingia, dal Magno al Semplice, uno solo; e dei Normanni e dei Saraceni un sol popolo, i Pagani; sicchè questi e non quelli fu cantato ponessero l'assedio a Parigi. Una storia piena di confusione e di disordine fu dalla leggenda confusa e disordinata peggio. Ma Rollone sapeva chi egli era, e che forza sarebbe stata la sua. Quando in Saint-Clair venne a colloquio con Carlo, gli porse la mano, ed essendoglisi fatto segno, che dovesse baciargli il piede, vi si ricusò. Dette però ordine a un Normanno di farlo in sua vece; e questi tirò tanto in su il piede del Re, che lo gittò rovescioni per terra. Ecco come il nuovo nasce, e tratta il vecchio; è insolente di sua natura.

Intanto i Vikingi, i Normanni, i Pagani bianchi, Fiun Gail, i Pagani neri, dubh Gail, i Madjus, com'eran variamente chiamati da popolazioni cristiane o musulmane, s'eran già cominciati a convertire al cristianesimo. Il loro sentimento religioso non era forte: come prima non s'eran mai proposto di propagare la fede di Odino, così parvero abbracciare la fede di Cristo piuttosto per ragion politica, che per salvare le anime. L'arcivescovo di Rouen riuscì a battezzare Rollone e i suoi seguaci, e Rollone mutò il nome in Roberto. A ogni modo nè la fede mutata nè la nuova sede assicurata e tranquilla tolse ai Normanni l'antica voglia di vagare per mare e per terra in cerca di nuove avventure. Una di queste ci preme.

Nel quinto secolo d. C. un cittadino di Siponto, la Manfredonia di ora, ai piedi del Gargano, ebbe tanta grazia da Dio, che in una grotta non discosto dalla cima del monte vide l'arcangelo Michele, quel medesimo che, nella battaglia coll'angelo Lucifero, lo incalzò per modo colla spada di fuoco da precipitarlo addirittura in inferno. L'8 maggio 493 l'arcangelo apparve di nuovo al vescovo di Siponto Lorenzo e gli ordinò che dedicasse quella grotta a lui. Fu fatto; e maravigliosa accoglienza trovò il nuovo culto in tutto l'Occidente. In Normandia gli fu consacrata una cappella presso Avranches, su una roccia bagnata dal mare, e ogni anno un infinito numero di pellegrini vi accorreva a venerare l'arcangelo. Era naturale, che in molti sorgesse il desiderio di peregrinare al proprio luogo in cui era apparso, al luogo che la pietà dei fedeli aveva arricchito di doni, ed era perciò diventato preda a vicenda di Longobardi, di Saraceni, di Greci. Vi si poteva passare chi volesse andare in Terra Santa: e questo, il maggiore dei pellegrinaggi, non era stato mai smesso. Covava negli animi per Terra Santa il foco che divamperà di lì a un secolo.

Ora, un Normanno dei principali, Gisalberto Butterico, poco oltre il 1000, s'avviò pellegrino al Gargano. Non lasciava la patria senza cagione; aveva ucciso il visconte Guglielmo, seduttore di una sua figliuola; voleva scansare la pena che Riccardo II, il terzo successore di Rollone, gli avrebbe di certo inflitta, poichè portava amore all'ucciso. Menava seco i suoi quattro fratelli, Rainulfo, Asclittino, Osmundo e Rodolfo, e altri compaesani, di molti. Bisogna accennare, nelle mani di chi stesse a quei tempi la regione che costoro attraversavano.

Quanta parte dell'antica popolazione, vissuta qui mentre l'Impero Romano durò, scampasse agli strazi delle invasioni barbariche, non si può dire; e neanche se e quanti Goti sopravvivessero alle guerre e alle conquiste, Bizantina prima, Longobarda poi. Certo alla popolazione Romana più o meno numerosa e alla gente gota, s'erano oramai sovrapposti Longobardi, Greci, Saraceni. Questi ultimi cacciati sin dal 916 dal loro nido al Garigliano, dove erano rimasti asserragliati trentaquattro anni, non avevano mai smesso di molestare l'una o l'altra parte del territorio napoletano, ma non erano riusciti a stabilirvisi; occupavano, sì, a riprese città persino importanti, ma combattuti da indigeni, da Greci, da Longobardi, non vi duravano; però, restano tuttora — nè tutti sulle spiaggie — nomi di luoghi che li ricordano e attestano una più o meno lunga dimora. Venivano per lo più dalla Sicilia, già conquistata da essi via via a cominciare dalla prima metà del nono secolo, o di più lontano, dall'Africa, e trovavano alleati nelle discordie cristiane, alimentate dal numero dei principati Longobardi, dalla condizione incerta e mutevole dei possessi Greci, dalle ambizioni e dalle ingordigie di tutti: e tra tutti e più legittime, ma non meno disordinatrici, le gelosie di più di un comune, rivendicatosi o desideroso di rivendicarsi a libertà. Già, quanto a' principati Longobardi dopo morto Pandolfo Capodiferro nel 981, il ducato di Benevento si era disciolto da capo in tre; un ducato di Benevento, sminuito, un principato di Capua e uno di Salerno. Dal primo s'eran distaccate altresì le contee dei Marsi e di Chieti, che prima gli erano appartenute, ed avevan già fatto parte del Ducato di Spoleto. Dalla spiaggia del Tirreno i dominî di questi principati si distendevano entro terra sino alle falde del Gargano e alla catena Appennina: ma qui si trovavano a contesa coi Greci, che, possedendo la spiaggia Adriatica, e, di giunta, la Calabria, gli affrontavano da Oriente e da Mezzogiorno. E a' principali Longobardi il possesso stesso della spiaggia Tirrena era interrotto da ducati minori, il cui magistrato supremo era elettivo, e che riconoscevano una cotal sovranità preeminente all'imperatore di Costantinopoli; quantunque l'elezione non uscisse di solito da una famiglia, e la preminenza imperiale fosse diventata in tutto una forma vuota di effetto. Tali erano Gaeta, Napoli, Amalfi, Sorrento.

D'altra parte i Greci avean diviso il lor tema d'Italia come lo chiamavano per ricordo dell'antico potere, in due governi: quel di Puglia e quel di Calabria; e davano nome di Catopano al governatore del primo — o che questo sia una corruttela di capitano o che voglia dire sopra tutto, — di Stratego a quel del secondo.

Felice, come vedono, condizione di popolo doveva essere questa; ma peggio di una realtà così intricata e violenta doveva aduggiarlo un'ombra. Due secoli prima, papa Leone III, coi suffragi del popolo di Roma, aveva, a parer suo, ritornato in vita l'impero Romano nella persona di Carlo Magno, incoronandolo e segnandolo colle sue mani di sacerdote. Una confusione di idee aveva dato motivo a una creazione siffatta; e le tenne dietro una gran confusione di fatti. Chi guardi al successo, potrebbe sospettare, che appunto il Papato sperava di pescare nel torbido; ma queste astuzie a lunga vista sono per lo più congetture vane. Bisogna cercare il motivo del Papa in tutt'altro, e, certo, in ciò, che l'Impero restaurato da Roma per le mani del sacerdozio si sarebbe surrogato all'impero di tutt'altra origine che s'intitolava da Bisanzio, e sarebbe stato del sacerdozio Romano e della sua primazia un appoggio continuo e sicuro. A ogni modo quell'impero d'Occidente, rinnovato prima nei Franchi, e trasmesso da quello ai Tedeschi, pretendeva diritti almeno su tutte le terre già appartenute all'impero Romano, finito nel 476. Ma a quali diritti? Non si sapeva, e il Papa lo sapeva meno di tutti. Certo, a quelli, che secondo il suo vigor d'animo e di braccio, ciascun imperatore avesse saputo mantenere, esercitare o rinnovar colla spada. Intanto, nelle provincie di cui parliamo, questa mal definita autorità imperiale era riconosciuta dai ducati Longobardi; mentre era sconosciuta dai minori ducati e dai Greci, che avevano una loro propria autorità imperiale, la Bizantina.