Dante Alighieri, lo rammentate, dice, non ricordo ben dove:

Sempre a quel ver che ha faccia di menzogna,

Dee l'uom chiuder le labbra quanto puote,

Perocchè senza colpa fa vergogna.

Se questo precetto va seguito sempre, io avrei dovuto pregare gli ordinatori di queste letture, di volermi assegnare soggetto diverso da quello, che, ben mio malgrado, mi son visto imporre; giacchè esso è tale che, considerato sì nelle sue cause remote e sì nei suoi effetti lungo i secoli, ha tanto di meraviglioso, che, quando io ve n'abbia discorso parrà a voi piuttosto favola che storia; un soggetto, per soprappiù, che s'aggira intorno a cosa mai esistita sino a tempi tanto prossimi che molti di noi hanno convissuto più o meno con essa, eppure tanto passata, che duriamo fatica a ricordarla noi, e dureremo anche maggior fatica a imprimerla nella memoria o nella fantasia dei nostri figliuoli: la monarchia napoletana.

Di fatti, chi di voi, cui non fosse noto, penserebbe, che, per raccontarvi le origini di questa monarchia perita per sempre, io deva forzarvi a riportare la vostra immaginativa sin su all'ottavo secolo d.C. e trarvi meco sino alle coste della Norvegia: e mostrarvele, queste, pullulanti di navi, e le navi spiccarsene di qua, di là, e scorazzar per i mari che bagnano le spiaggie della Danimarca, della Germania, dell'Inghilterra, della Francia, e cacciarsi nei fiumi, che vi mettono foce, e penetrare più che possono, entro terra, e mettervi a ruba e a sacco ogni cosa, e uccidervi o portar via uomini, rapire o violare e trucidare donne, fanciulli, e tornare a casa, ricche di preda e di gloria? Eppure, o signore, è così. Portano un illustre nome nella storia cotesti pirati del settentrione: Vikingi, checchè questo nome voglia dire, abitanti o assalitori di rade. Alle lor vittime parevano corsari del mare; essi se ne dicevano re. E re erano. Per due o tre secoli i popoli rivieraschi non ebbero difesa contro di loro. Nè quelli soli delle regioni nominate dianzi. Giacchè entrarono nell'Atlantico, e visitarono a quel gentil loro modo le spiaggie occidentali della Francia, della Spagna; entrarono nel Mediterraneo e visitarono le nostre. Udite questa. Sentirono in una delle loro scorrerie parlare di Roma, della ricca, della grande Roma: a Roma, a Roma, fu il loro grido subito. Quivi avrebbero messe le mani sulla maggior somma di ricchezza al mondo. Quando, costeggiando le spiaggie orientali della Spagna e le meridionali della Francia, furono giunti, discendendo quelle dell'Italia, a Luni, vi fecero sosta poco discosto dalla foce della Magra, sui confini della Liguria e della Etruria, cui aveva già reso celebre e prosperoso il porto suo, quello che ora è detto della Spezia. Era ancora città popolosa e ricca, quantunque fosse già sul declinare, quando verso il principio della seconda metà del nono secolo cotesti Vikingi vi approdarono. E a essi, una città che dopo scorsi cinque altri secoli Dante avrebbe portato a esempio delle città ite, anzi di quelle che non ci dovevano far parere cosa nuova nè forte,

Udir come le schiatte si disfanno

Poscia che le cittadi termine hanno,

a essi parve Roma: tanto grande n'era il porto. Li comandava un Hasting, e si traeva dietro un dugento navi di quelle ch'essi chiamavano suckhar, serpenti, trakur, dragoni, nomi di agguato e di spavento. Ai Lunesi la notizia di così triste arrivo pervenne mentre celebravano nella cattedrale la festa del Natale e ne furono, sì, sgomenti, ma non tanto che non corressero a chiuder le porte e s'armassero a difesa. Hasting mandò loro a dire che non nutriva nessuna cattiva intenzione, lui; sbalestrato dai venti, aspettava di potere andar via; per ora implorava soltanto che gli si lasciasse vettovagliare la ciurma, e per sè, poichè si sentiva morire, il battesimo; nient'altro. S'ebbe vino, pane, ogni cosa; e, quanto al battesimo, entrasse pure in città e venisse in chiesa a farvisi battezzare. Si lasciò portare: non era in grado, diceva, di camminare; tanto si sentiva in fin di vita; e non v'era segno di verace e tormentosa agonia che non desse. Fu cerimonia solenne; il vescovo volle celebrare la funzione lui; gli fece da compare il conte. Ed egli scongiurava: «Pochi giorni mi restano, seppellitemi qui, in questo luogo che m'è sì caro; seppellitemi da cristiano.» Fu riportato alla nave. A breve andare, si sparse voce che, diffatti, egli era morto. I suoi lo allogarono nella bara, rivestito del giaco e colla spada al fianco; e fecero così gran corrotto, e con così alti lamenti e grida che più non avrebbero fatto se fosse morto davvero. E se ne andarono colla bara alle porte della città, e quivi, piangendo, scongiurando, chiesero che lor si aprissero, e si desse riposo al cadavere del lor capitano, del lor padre, del loro fratello colà dov'era risorto a vita di spirito. E i cittadini acconsentirono. Apriron le porte, ricevettero il morto con grande onore. Le campane suonavano a stormo; preti e signori, ricchi e poveri accompagnavano processionalmente. Il vescovo cantò la messa funebre, lui. Ma ecco che, quando fu finita ogni cerimonia, quando si fu per alzare la bara, il morto ne saltò fuori. Com'egli era armato, così erano tutti i suoi, che erano entrati in città e in chiesa in sua compagnia. Avevan nascosto corazze e spade sotto le cappe. Fecero infinita strage. I primi ad avere mozzato il capo furono il vescovo e il conte compare. Poi, usciti di chiesa, misero a ruba la città; poi la campagna. Non seppero, se non dopo compita l'opera, che la città non era Roma. Tornarono di dove eran venuti; e io non ve ne avrei discorso sin qui, se l'avvenimento, che può anche non essere in tutto vero, non mostrasse le qualità principali e costanti della stirpe, sinchè durò intatta: nessuna più temeraria, più astuta, più crudele al bisogno, più soverchiatrice e più ingorda di essa.

Come e perchè cotesto sciame di corsari uscisse dalla terra natìa e si spandesse da per tutto, è facile intendere; si trovavano troppi a casa, e la casa, per giunta, era povera. Tedeschi di stirpe, e certo cacciati dalla spinta di altre genti o della stessa loro famiglia o di diversa in quella estrema penisola, dovevano forse ricordare con desiderio le spiaggie perse da secoli. E vi ritornavano con desiderio. Ma non vi ritornavano quali n'erano partiti. Nella nuova lor patria il fragore dei ghiacciai e il tono delle valanghe, durante la lunga notte polare rischiarata soltanto dalla fiamma sparsa dall'aurora boreale; il muggire dell'onde sbattute dalla tempesta sulle spiaggie cavernose dei seni di mare, le folte e scure selve, e la state che scoppia a un tratto, e riveste le roccie e le creste dei monti della betula odorosa e verde, mentre il sole sale sempre più alto e gitta i suoi arcobaleni sulle cascate spumanti; e il bagliore dei raggi che si riflettono dai campi di ghiaccio, e la luce verdognola, cangiante, che ne riempie le grotte cristalline, destavano nei lor petti una meraviglia mesta e pensosa. Tutta la lor credenza religiosa n'era colorita e formata. L'universo si figuravano fosse colmato tutto dall'albero dell'esistenza, il frassino Yggdrasil, che vien su del Nifl, il regno dei morti. A' suoi piedi sgorga gorgogliando la fonte del Mimer, e laggiù nel regno buio stanno a sedere tre Norne, tre Parche, sorelle, l'età passata, la presente e la futura, che ne innaffiano le radici e filano i fili dei fati umani. L'impero della terra è diviso tra gli Asi, i buoni Iddii, che rappresentano la luce e il calor della state, e gli Iotuni, mostri giganteschi, che figurano il gelo, la tenebra, la tempesta di neve. Quegli abitano in su nell'Asgard; questi in giù, al buio nello Iotum. Principale tra gli Asi è Odino, il signore del cielo e della terra, cogli occhi di foco; il padre degli uccisi in battaglia, che gli accoglie presso di sè nel Walhalla. E v'era altri Asi appena meno potenti. E non mancava loro il conforto, cui niente oltrepassa, la compagnia della donna; Frigga, moglie di Odino, Freya, la dea tutelare dell'amore, Iduna, la custode dei pomi di cui gli Asi vivono in una giovinezza eterna, divinatrice del futuro. Ma a cotesti benefici Iddii stanno di contro i perversi, mostri terribili: il lupo Feuris, il serpente Midgard, e Hel. Come padre degli Asi fu Allfadur, così degli Iotuni fu Loki. Padre e figliuoli, Odino vinse e variamente punì; ma quando il bellissimo Baldur, figliuolo di Odino e di Frigga, morì, la fortuna degli Asi cominciò a declinare. Aveva pur presentito la madre che sarebbe morto! Aveva chiesto a tutti gli elementi, a tutti, a tutte le creature, a tutte, di non recargli danno: e l'avevan giurato. Pure quel furbo di Loki le trasse di bocca, che una sola creatura, una sola, non l'aveva giurato: un arboscello, il vischio. E Loki persuase il cieco Hodur di colpire Baldur con un rametto di vischio. E il bellissimo Baldur cadde a terra spento; e Nanna, la moglie, che si struggeva per lui di un infinito amore, lo seguì. E la stessa sorte toccherà agli Asi tutti, il giorno che perirà la terra; dovranno dileguarsi e sparire, nel crepuscolo degli Dii. Tre inverni, non interrotti da nessuna state, si seguiranno l'un l'altro; si ottenebrerà il sole; una sciagura incalzerà l'altra; per l'intiero mondo infurierà la guerra. Surtur, il principe del fuoco, verrà da mezzogiorno a passo a passo; il cielo si fenderà; e attraverso le suo fenditure gli spiriti del fuoco irromperanno. Sotto i lor passi il ponte del cielo rovinerà. Nel settentrione il lupo Feuris si sprigionerà dalla sua catena. La nave Negilfari, tratta dalle unghie dei morti, sarà condotta dal gigante Hymir verso Oriente, e di quivi si avvicinerà l'esercito dei cattivi spiriti, menati da Loki. I giganti di ghiaccio e il cane dell'inferno Garmer s'affretteranno al ritrovo. Tutti converranno nelle pianure Oscornar. Ed ecco il custode del cielo Heimdall soffiar nel suo corno; e gli Dii marciare a battaglia, e tutti gli eroi seguirli, quanti ne son periti dal principio dei tempi. Il frassino Yggdrasil vacilla, divelto dalle radici. L'aquila gigantesca divora crocidando i cadaveri dei caduti; il serpente Midgard, divincolandosi, vien fuori dal mare sputando veleno. Thor, sì, l'uccide; ma l'uccisore alla sua volta è soffocato dal veleno vomitato dal suo nemico. Feuris ingoia Allfadur, ma anch'egli muore. Loki e Heimdall si trucidano l'un l'altro. Gli astri si spengono; fiamme dissolvono la compagine della terra. E la terra si sprofonda nel mare; ma dal mare una nuova terra emerge; gli Asi si destano da morte, e con loro sorge un uman genere ringiovanito.