Colla presa di Palermo non fu tutta compita l'occupazione dell'isola nè questa tranquillata tutta. Ma oramai la conquista e la pacificazione erano un processo sicuro; e dei Greci, dei Longobardi, — come vi si chiamavano tutti gl'Italiani, — dei Saraceni che non fossero tornati in Africa, degl'indigeni si sarebbe a mano a mano fatto un popolo solo; giacchè è propria qualità delle isole il macerare insieme le stirpi che le abitano, anche se molte e diverse. Intanto i due fratelli, per principiare, presero tra loro quest'accordo, che sarebbero loro appartenuti in comune, metà per uno, Palermo, Messina e Val Demone nel settentrione dell'isola; e a Ruggiero la metà delle altre regioni dell'isola o conquistate o tuttora da conquistare; e l'altra metà insieme al lor nipote Serlone e ad un altro parente degli Altavilla, Arisgoto di Pozzuoli. Non era combinazione da durare un pezzo. Serlone, del resto, un valoroso, a breve andare morì ucciso con perfidia da un Saraceno; Ruggiero ne piangeva; Guiscardo gli gridò: «Piangere, si conviene alle donne; agli uomini vendicarsi.» Questo tratto dipinge la diversa natura dei due.

E Roberto e Ruggiero, aumentati ciascuno di potere, crebbero altresì di titoli. Ruggiero, già Conte di Calabria sin dal 1062, quantunque la possedesse solo a metà con Roberto, s'intitolò altresì Conte di Sicilia e vi rimase a finir la conquista; l'altro, Roberto, al suo titolo di Duca di Puglia e di Calabria, — perchè il Conte di Sicilia apparisse vassallo con questo secondo titolo, come lo era con quello di Conte di Calabria, — aggiunse l'altro di Duca di Sicilia e tornò sul continente. Quivi, nel 1071 egli aveva, dopo lungo assedio, ritolto Bari a' Greci; ma gli bisognò, tornato da Palermo, riconquistare Trani, e rimettere a dovere i Baroni ribollenti sempre, come quelli che venuti uguali in Italia, non vedevano perchè dovessero omaggio e obbedienza a un di loro, quale era Roberto, e neanche al più nobile di tutti nella regione natia. Allora tumultuavano, perchè Roberto voleva che facessero la dote alla sua figliuola che andava sposa a Ugo margravio d'Este. Continuava così Guiscardo ad elevarsi colle parentele. L'anno innanzi ne aveva sposata un'altra all'imperatore d'Oriente.

E ingrossava insieme lo Stato. Sin dal 1058 aveva con un pretesto repudiata Alderade, la compagna de' suoi poveri anni, e chiesta in moglie a Gisolfo Principe di Salerno la sorella Sigelgaite, donna di alto animo, che nelle imprese del marito prese non piccola parte. Tre virtù, dice un cronista, erano in lui: ricchezza, chè nessuno era più ricco; pietà, che nessuno era più pio; cavaliere, che nessuno era più cavaliere; e tre virtù in lei, nobiltà di sangue, bellezza di forme e intelligenza di spirito. Il fratello ne accordò la mano per paura; ma l'esser diventato cognato di Guiscardo non lo salvò. Chè questi nel 1078 gli tolse colle insidie e colle armi il Principato di Salerno e lo sbandì. Aveva già nel 1073 occupato con improvviso assalto Amalfi, e tra le due date Sorrento. Così il terzo ducato Longobardo cadeva; e insieme con esso due dei ducati minori.

E colla fortuna gli cresceva l'ardire. Quando l'ultimo duca di Benevento morì nel 1078 senza figliuoli, si rifecero vive le pretensioni opposte del Papa e dei Normanni sulla città. Il Guiscardo, che fidava per le sue nelle armi, vi pose, senz'altro, l'assedio. Ma il Papa, ch'era Gregorio VII, aveva anch'egli un'arme sua, molto affilata a quei tempi: lo scomunicò. Il Guiscardo non si sentiva nella guerra contro il Papa confortato dal consenso de' suoi; il fratello Ruggiero si profondeva in attestazioni di devozione al Papa; Riccardo di Capua, ammalato per modo, che morì nell'anno, gli chiedeva l'assoluzione, e restituiva alla Chiesa tutto il mal tolto. Il Guiscardo scese a patti. Nel giugno del 1078 Papa e Duca vennero a colloquio in Aquino. Il Duca si riconobbe vassallo del Papa e promise di difenderne i possessi contro chi si sia; e il Papa lo investì per vessillo — il che, si dice, fu fatto per la prima volta — dei ducati di Puglia, di Calabria, di Sicilia, di Salerno, di Amalfi, a patto che ne pagasse censo. Così si confermò tra il Papa e i Normanni e i lor successori, se ne avrebbero avuti, una relazione, che già s'è vista nascere; e che lungo quasi tutta la storia della monarchia, di cui vi espongo l'origine, sarà gravida di guai.

Papa Gregorio non era per sè nemico ai Normanni. L'impresa di Sicilia, come impresa di Cristiani contro a Musulmani e intesa a render l'isola ai primi, gli andava, di certo, a genio. Era un caso di quel ripiglio di spirito cristiano, che già si vedeva da più anni in Ispagna, e che in breve avrebbe divampato nelle Crociate. D'altronde, egli ritrovava nei Normanni una forza incomoda forse perchè molto vicina, ma anche, perchè molto vicina, adatta a prontamente soccorrerlo contra l'autorità imperiale, tra la quale e la papale imperversava più che mai la guerra per la libertà della collazione dei beneficî ecclesiastici, così ostinatamente pretesa da una parte, così ostinatamente negata dall'altra. Nel 1078 Errico IV si andava già rilevando dalla umiliazione subita a Canossa due anni innanzi, e i fatti andavano provando che la vittoria, quivi ottenuta da Gregorio, non era stata in realtà tanta quanta era parsa. In questa rete di circostanze confuse, certo il meglio era per Gregorio e il Guiscardo di ritornare amici; e perchè a Guiscardo avrebbe dovuto parere fantastico lo sperare che Gregorio avrebbe finito col coronare lui imperatore d'Occidente in Roma?

Intanto meditava diventarlo in Oriente. Gliene dava occasione questo, che la sua figliuola Elena, maritata nel 1097 a Costantino, figliuolo primogenito di Michele VII, era stata rinchiusa in un monastero da un Niceforo Botoniate, che, impossessatosi di Costantinopoli, aveva fatto prigione lei, il marito, il suocero, già per opera di altri sbalzato dal trono. Il Guiscardo mosse con una gran flotta a liberar la figliuola, a buttar giù Niceforo, a metter sul trono dei Comneni non quel povero Michele, ma sè. Gregorio VII ve l'incoraggiava. Prese Corfù; pose l'assedio a Durazzo in Albania; ma non vi entrò che nel febbraio del 1082; chè prima ebbe a vincere nell'ottobre del 1081 una sanguinosa battaglia. I Greci eran venuti ad affrontarlo comandati da un Comneno, Alessio, che già aveva scacciato Niceforo e s'era alleato coi Veneziani, perchè sciogliessero l'assedio di Durazzo da mare, mentr'egli l'avrebbe sciolto da terra. Alla vittoria del Guiscardo aveva avuta una piccola parte Sigelgaite: colla lancia levata ricacciava nelle file dei combattenti i guerrieri fuggenti di Puglia. Ma Alessio non s'era sgomento; raccoglieva nuove forze a difesa. E i Baroni di Puglia, sempre insofferenti del giogo, minacciavano allearsi con lui contro il lor duca; e Gregorio oramai implorava da Roma che ritornasse, venisse in soccorso della Chiesa minacciata. Difatti Errico non cessava di creargli antipapi, e nel 1081 discendeva armato in Italia. Anche qui un'altra donna difendeva principalmente Gregorio, Matilde di Toscana, la gran Contessa. Il Guiscardo si persuase che gli bisognava ritornare in Italia; però, non ismise il disegno di un impero normanno di Oriente; lasciò a compierlo Boemondo, l'unico figliuolo avuto da Alderade. L'impresa infine fallì. Il Guiscardo tornato nelle Puglie ebbe prima a reprimervi insurrezioni di Baroni; poi a correre in aiuto al Papa. Errico aveva occupato Roma nel 1084; s'era fatto incoronare imperatore da un suo Papa; aveva tratto il popolo dalla sua; e Gregorio s'era dovuto rinchiudere in Castel Sant'Angelo. Guiscardo nel maggio s'accostò a Roma con un esercito di seimila cavalli e trentamila fanti; l'imperatore fuggì. Entrato in città non senza pericolo, ne fece scempio: le rovine di Roma sono in gran parte opera sua. Gregorio liberato lo seguì al suo ritorno nelle Puglie, e andò a morire il 25 maggio 1085 a Salerno. Dette a sè morendo questa testimonianza ch'egli avesse amato la giustizia e odiato l'iniquità, e perciò morisse esule. Che si risichi di morire esule, amando la giustizia, è vero; ma ch'egli avesse amato la giustizia sempre, è forse men vero.

A breve andare lo seguì il Guiscardo, un uomo di ferro dietro l'altro. Egli aveva ripigliato il suo disegno dell'impero di Oriente. Nel settembre del 1084 era ripartito da Brindisi con una flotta di centoventi navi; conduceva seco i suoi tre figliuoli Boemondo, Ruggiero e Guido. Fece rotta per Corfù; ebbe a difendersi contro la flotta veneziana che gl'impediva il passaggio; pure approdò e riconquistò l'intera isola. Si proponeva di marciare contro Costantinopoli nella primavera del 1085. Ma ecco che nei dintorni di Corfù lo coglie una febbre così micidiale che n'è ucciso in pochi giorni, il 17 luglio 1085. Sigelgaite ne raccolse il cadavere in una nave; e sbattuta dalla tempesta, salvò a mala pena sè e il morto. Pure, venuta infine a spiaggia, ne seppellì il cuore ed i visceri ad Otranto; il corpo imbalsamato nella chiesa della Santa Trinità di Venosa, dov'erano già i fratelli di lui. Esercito e flotta tornarono, ma come quello era stato grandemente scemato dalla peste, così questa fu dalla bufera.

Roberto Guiscardo fu, certo, uno dei più grandi uomini del suo tempo e fondò la potenza normanna. Ma v'ho detto via via, dove fossero le magagne di questa potenza; e n'avete potuto vedere infine un'altra; nata da avventure, resta troppo passionata di avventure. Egli lasciava un solo fratello, Ruggiero; di Alderade un figliuolo, di Segelgaite due. Aveva nominato erede il primo dei due ultimi, Ruggiero. Fu nuova magagna. Ruggiero non aveva forza d'animo e di sangue pari al padre, e la successione gliela contese Boemondo. Nel 1088, Ruggiero, il conte di Calabria e di Sicilia, lo zio li rappattumò: Ruggiero sarebbe stato il Duca di Puglia; Boemondo avrebbe ritenuto una parte di Calabria, Taranto, Otranto e alcune altre terre. In più altre occasioni Ruggiero zio venne in aiuto a Ruggiero nipote per confermargli lo stato contro ribellioni incessanti di Baroni o di città. Nel 1091 gli conquistò Capua, contro il popolo, che n'aveva cacciato Riccardo II, succeduto a Giordano, figliuolo di Riccardo I. Il nipote gli accordò in compenso quella metà di Palermo e di altre città che aveva ereditata da suo padre Roberto. Così Ruggiero zio rimaneva solo padrone dell'isola di Sicilia e della inferiore Calabria, il cui possesso aveva unito nelle sue mani prima. E la conquista della Sicilia aveva compito in quello stesso anno colla reddizione di Val di Noto; v'eran bisognati trent'anni. S'era d'allora in poi o prima cominciato a chiamare il Gran Conte; e di ogni vincolo di vassallaggio della contea di Sicilia al Ducato di Paglia non fu più parlato. Bramoso di gloria e di possanza tentò in quello stesso anno l'impresa di Malta, non per appropriarsela, ma per liberare i molti prigionieri cristiani che i Saraceni vi tenevan rinchiusi. Pacificato il paese soggetto a lui e al nipote, al che bisognò all'uno e all'altro riprovarsi ancora più volte, morì nel 1101, anch'egli, come il Guiscardo, a 70 anni.

Non era stato, a me pare, minor uomo di lui. Non men valoroso nè meno uomo di guerra, aveva sortito natura più intellettuale e gentile. Una cronista, Anna Comneno, dice di lui, ch'egli parlasse con una grazia meravigliosa; avesse concetti rapidi e profondi: si mostrasse sempre gaio, affabile a tutti. Un tratto suo basti di allorchè egli stava ritentando l'impresa di Sicilia. Aveva ripassato lo stretto con dugentocinquanta cavalieri, quando gli giunse notizia di una persona giunta per lui in Calabria. Era Giuditta figliuola del Conte di Grentemesnil, che discendeva dai duchi di Normandia. Ruggiero, che aveva appena trent'anni, si era già qualche anno innanzi innamorato della fanciulla. Ed ora essa memore di lui e ricordata da lui, se n'era venuta in Calabria colla sua sorella Emma. Il Conte non fu più visto nel campo; corse all'amata subito. E la sposò in Mileto con splendide feste, quantunque fosse tuttora povero lui. L'amava molto allora, e l'amò molto sempre; pure non s'indugiò troppo con lei; ritornò dall'amata ai nemici. Giuditta gli premorì di molti anni; gli era premorto altresì giovanissimo un figliuolo Guglielmo: e otto anni prima, con infinito dolor suo, un altro figliuolo Giordano. Morta Giuditta, egli aveva sposato una Eremburge figliuola del Conte di Mortone, e dopo morta questa, nel 1091, un'Adelasia figliuola di Bonifacio Marchese di Monferrato, della quale rimanevan figliuoli un Simone di otto anni, un Ruggiero di sei. Sicchè la parte dei dominî normanni, meglio composta insieme e più solida, doveva ora essere esposta a una delle più difficili prove, la reggenza di una donna. Pure condotta sino al 1105 a nome di Simone, poi, questo morto, a nome di Ruggiero, fu reggenza tranquilla; il che prova in che ferma condizione il Gran Conte lasciasse l'isola, e che buona e intelligente donna fosse Adelasia. Nel 1112 Ruggiero assunse il governo. Egli era stato allevato con cura, tra dotti arabi e cristiani; e i primi, che erano allora avanti a tutti in cognizione di scienze, gliene avevano arricchita la mente. Aveva mostrato per tempo un vivace spirito e un'insolita voglia d'imparare; caritatevole per modo che nessuno ricorreva a lui invano. Donava tutto il denaro che si trovava addosso; e se più non ne aveva, non dava requie alla madre insino a che non ne lo provvedesse; insieme, indole maschia, guerriera, e già vivente il padre, soleva dire al fratello Simone: «Lasciami la corona e le armi e io in ricambio ti farò Vescovo o Papa di Roma.»

Intanto nel 1111 era morto così Ruggiero suo cugino, il figliuolo del Guiscardo, come altresì l'altro figliuolo Boemondo, il quale, uno, com'egli fu, degli eroi della prima crociata, s'era fondato in Antiochia un principato. Al primo era succeduto il figliuolo Guglielmo: al secondo anche il figliuolo, chiamato del pari Boemondo. Le condizioni dei possessi dei Normanni sul continente erano sin dal principio del secolo tristi. La potenza dei duchi sfatata, e scarsa a contenere i Baroni impazienti di ogni soggezione. La sovranità eminente del papa rimaneva senza efficacia nelle mani dei successori di Gregorio VII, Vittore III (1086-88), Urbano II (1088-1098), Pasquale II (1099-1117), Gelasio II (1118), Calisto II (1119-1123), sbattuti e raminghi essi stessi. Se però ad altri questo era male, a Ruggiero di Sicilia era bene. Gli dava occasione di mescolarsi delle cose del continente, come aveva fatto suo padre, ma con più frutto. Già nel 1121 era passato in Calabria con un esercito e aveva abbattuto castella di ribelli e ripreso città; sicchè il duca Guglielmo gli fece cessione dei suoi diritti eventuali sul paese. Poichè Boemondo II se ne rimaneva in Palestina nella sua Antiochia, nè si dava cura dei suoi stati d'Italia, Ruggiero ne prese cura lui e se gli appropriò. Più tardi ricomprò a Guglielmo di Puglia con una notevole somma di denaro il diritto di successione al ducato, nel caso che morisse senza figliuoli. E il 26 giugno del 1027 Guglielmo morì appunto senza figliuoli. Ruggiero che in quei giorni apparecchiava una spedizione contro i Musulmani di Spagna dopo riuscitagliene a male un'altra contro i Musulmani d'Africa, desistette; chè trovò di maggiore importanza assicurarsi il possesso del ducato di Puglia, al quale non aveva se non quel tanto di diritto, che poteva dargli il contratto stipulato con Guglielmo. Bisognava l'assenso dei Baroni e delle città, e prevedeva che in quelli e in queste avrebbe trovato grandi ripugnanze. E in fatti ne trovò; ma più colle buone che colle tristi, più colla persuasione che colle armi le vinse; e i Baroni delle Puglie e delle Calabrie lo proclamarono Duca.