Il che non piaceva punto a papa Onorio II succeduto (nel 1124) a Calisto II. La Germania, divisa in sè medesima, non dava in quel momento paura: vi spuntava la guerra tra guelfi e ghibellini. D'altronde nel 1125 Calisto aveva a Vormazia concluso un concordato coll'imperatore Enrico V circa i diritti rispettivi della Chiesa e dell'Impero nella collazione dei benefizi ecclesiastici; un componimento equo, parrebbe, considerati i tempi, ma che appunto perchè moderato, s'attrasse i vituperi di chi voleva che nulla cedesse la Chiesa e di chi voleva che nulla cedesse l'Impero, e se gli attrae tuttora ai giorni nostri da chi vuol persuadere, che si deva ritenere sconfitto quello dei due, che non ottenne tutto. Checchè sia di ciò, il Papato aveva oramai maggiore agio a riguardare alle cose del mezzogiorno; e a condurvisi secondo gli interessi propri. I quali Onorio credeva che fossero chiaramente questi: impedire che troppo grosso Stato si costituisse vicino al suo, mantenere in condizione di vassallo il Ducato di Puglia. Ora Ruggiero offendeva l'uno o l'altro, unendo alla Contea di Sicilia tutti i possessi normanni del continente, e intitolandosi duca di Puglia e di Calabria da sè, anzi mutando, come fece appena tornato in Sicilia coll'assenso dei baroni siciliani, quello di Gran Conte in quello di Duca dell'Isola. Non bisognava indugiare: Onorio II si recò, quindi, in Capua e scomunicò il temerario; Ruggiero gli mandò ambasciatori a calmarlo; Onorio glieli rimandò via. E venne a Troja e scomunicò da capo, e predicò la crociata contro di lui, e condonò i peccati a tutti quelli che avessero preso le armi contro di lui; anzi provocò a ucciderlo. E fece meglio. Convocò i Baroni, e chiese loro, con infocate parole, d'insorgergli contro, e n'ebbe promessa dai più potenti, e persino da Rainulfo di Alife cognato di Ruggiero. Nè ad altre ambascierie di Ruggiero dava ascolto, e nemmeno la profferta di riconoscere il Ducato di Puglia da lui, lo piegò. Già questa condotta prudente di Ruggiero mostra che forza avessero a quei tempi armi tanto spuntate oggi, che non si adopererebbero senza dar cagione di riso. Una donna venne a Ruggiero in aiuto, una donna morta, ma santa. Il corpo di sant'Agata, che quel Maniace, nominato dianzi, aveva rapito da Catania e portato in Costantinopoli, un prete calabrese e un francese lo riportarono da Costantinopoli a Catania appunto allora. Poteva una santa ritornare nei dominii di uno scomunicato, se la scomunica fosse stata legittima e valida? Di certo, no. Il disfavore quindi, che dall'inimicizia del papa proveniva a Ruggiero nelle menti popolari, fu contrastato e dissipato dal favore che gli dimostrava una santa. E Ruggiero non indugiò a giovarsi dell'inaspettato aiuto: ripassò lo stretto, nel 1028: riconquistò più città, ed avanzò sempre, sinchè si trovò di fronte all'esercito del papa al fiume Bradano nella pianura di Pado Petroso. Mentre i due avversari esitavano a venire alle mani, l'esercito del papa si dileguava: poichè s'era al colmo della state, mal tolleravano le fatiche del campo soldati e Baroni. Il papa vistosi a mal partito, senza darsi per inteso dei Baroni, che aveva attirati a così brutto gioco, mandò a offrire a Ruggiero che l'avrebbe rilevato dalla scomunica e investito del Ducato di Puglia a Benevento. Accettato con gioia. E Onorio si ritrasse verso Benevento, e Ruggiero seguì. Ma nella città questo prudente non volle entrare. Dovette il papa venirne fuori, e presso il ponte maggiore compiere l'investitura solenne.
In tutta la regione che fu poi il Regno di Napoli, si reggeva oramai indipendente dai Normanni solo il ducato di Napoli, — ducato durato 500 anni, molto più a lungo di ciascuna delle dinastie che l'hanno seguito; — giacchè il ducato di Gaeta era già caduto in mani normanne. Non era legittima aspettazione, ragionevole ambizione, che oramai tutta questa regione si costituisse a regno, e il duca Ruggiero diventasse re? Poichè egli ebbe represso di nuovo l'insolenza ribelle dei Baroni, e in un'assemblea a Melfi ottenuto l'assenso a un Editto che restava un ordine qual si sia in un paese disertato tutto da moti di violenza continua e instabile, se ne tornò in Sicilia sul finire del 1029. Quivi maturò dentro di sè il pensiero di farsi re. Chi dei re di Europa più potente di lui? I suoi Baroni di Sicilia ve lo incoraggiavano. Ma che contrasto non avrebbe trovato nel Papa! Ed ecco che al fortunato muore Onorio, e la successione n'è contestata tra Innocenzo II e Anacleto. Quando i papi erano due, s'era sicuri di ottenere dall'uno quello che s'era sicuri di vedersi rifiutato dall'altro. Anacleto furò le mosse ad Innocenzo, o forse questi che contava appoggiarsi sulla Germania e n'era stato riconosciuto, come altresì dalla Francia e dall'Inghilterra, non avrebbe potuto attenersi al partito che l'altro seguì. Certo, Innocenzo lasciò intendere che non avrebbe secondato Ruggiero nella sua ambizione regia; onde questi trovò soltanto canonica l'elezione di Anacleto, come Anacleto trovò legittima l'ambizione del duca. Sicchè vennero a colloquio in Avellino nell'estate del 1130; e il 27 settembre tra il Papa e il Duca fu concluso in Benevento un concordato che non solo conferiva al Normanno nome e diritti di re, ma altresì gli accordava che si sarebbe potuto far coronare re da arcivescovi del regno a sua scelta. E Napoli sarebbe stata anche sua, e Capua, e delle milizie di Benevento avrebbe usato a sua posta. Sarebbe bisognato solo ch'egli e i suoi successori avessero riconosciuto il regno della Sede pontificia e pagatogliene censo. Ruggiero tornato a Palermo convocò i Baroni siciliani a parlamento, comunicò l'accordo col Papa, e ne chiese il parere: tutti assentirono. E il cardinal Conti, legato del Papa, vi lesse un breve, già combinato in Benevento tra Anacleto e Ruggiero, in cui quello, indirizzandosi a questo, gli annunciava che per la virtù della potenza sua e la sua munificenza verso la Chiesa egli s'era risoluto di farlo re, lui e i suoi successori, di Sicilia, di Calabria e di Puglia; e tali li faceva in forza dell'autorità sua; ed elevava la Sicilia a prima provincia del regno. Poi confermava tutte le concessioni fatte dai suoi predecessori ai predecessori del Re: tra le quali v'era pure la legazione di Sicilia, accordata da Urbano II al Gran Conte. Ripeteva il dono di Napoli e del Principato di Capua. E v'era espresso il patto che il Re dovesse mantenere fede al Papa, e pagare alla Chiesa romana un tributo annuo di seicento schifat. Non vi si diceva però, che il Re sarebbe decaduto, se non avesse mantenuto il patto; bensì che sarebbe caduto in anatema chi vi si fosse opposto.
La cerimonia della coronazione fu celebrata in Palermo nella vecchia cattedrale dal cardinal Conti il 25 dicembre del 1130. Una infinita folla accorse da ogni parte a goderne lo spettacolo. La magnificenza ne fu meravigliosa; ma io ne dirò questo solo: non un sacerdote, ma un laico, il principe Roberto II di Capua, mise la corona sul capo al Re.
Ruggiero regnò altri ventiquattro anni. Il suo impero si distese sulle coste di Africa. L'Oriente attirò anche lui. E che avesse sopra l'Italia ambizioni più larghe del territorio, sopra cui regnò, lo prova il titolo che talora aggiunse agli altri suoi, Italiæ rex: titolo contro di cui i Pisani nel 1136 protestarono non con vane parole, ma con una flotta, quantunque senza felice successo. Non fu uomo minore del padre e dello zio; anzi maggiore per sapienza di governo e larghezza di mente. Un cronista lo dice con verità provvido, sapiente, discreto, di sottile ingegno, di gran consiglio, inclinato a usare piuttosto la ragione che la forza. E fu certo il più gran re dei suoi tempi; poichè Guglielmo d'Inghilterra era morto nel 1087, prima che Ruggiero nascesse.
A me è stato chiesto di esporvi le origini di quella che fu prima la monarchia di Sicilia e di Puglia, poi delle due Sicilie, poi Napoletana; io non oltrepasserò il mio soggetto: pure quel nome che m'è venuto sulle labbra di Guglielmo il Conquistatore mi ferma, e mi consiglia a fermarmi ancora per un momento. Anche Guglielmo era Normanno, un bastardo di Roberto I, il quinto duca di Normandia. Intraprese la conquista, come fu chiamata, dell'Inghilterra nel 1066, quando già Roberto Guiscardo s'era fatto duca di Puglia e di Calabria. Si racconta anzi, che si sentisse punto di emulazione a udire le alte gesta del Guiscardo. Ora perchè la monarchia inglese, che fu l'opera di Guglielmo, ha avuto una storia tanto diversa da quella della monarchia napoletana, che dove nella prima è tutta l'unità e la potenza di un poema epico, nella seconda è tutta la sconnessione e la fiacchezza di una serie di episodi? Certo, nell'undecimo e nel duodecimo secolo la monarchia napoletana era assai più potente, e risplendeva d'ogni pregio di forza e di civiltà assai più dell'inglese. Come e quando la relazione s'è invertita? La monarchia inglese ha avuto variazioni e molte nella sua dinastia, contese civili, feroci e lunghe nella sua storia; la monarchia napoletana n'ha avuto di dinastie sei, e tutte di diversa nazione: Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnuoli, Borboni. Perchè in quella la dinastia, per effetto delle mutazioni stesse cui si è piegata, si è mantenuta; in questa nessuna dinastia ha gittato radici? Perchè?
E poichè questa dimanda sulla vita e sull'efficacia delle dinastie, mi è occorsa alla mente, ditemi ancor questo. Nel principio dell'undecimo secolo, quando quell'omicida del Butterico venne per il primo co' suoi fratelli e con seguito di cavalieri in Italia, e fu primissima origine dei fatti onde nacque nel primo terzo del duodecimo secolo la monarchia napoletana, viveva nel settentrione d'Italia a cavaliere delle Alpi un picciolissimo conte, un Umberto Biancamano, il cui primario possesso era il contado di Salmorene nel Viennese, un contado, che contava, nientemeno, ventidue castelli. Vi aggiunse forse, del suo vivente, dal 1003 al 1056, in tutto o in parte, i contadi di Noyon, di Moriana, di Savoia, di Bellay, il Ciablese e la Tarantasia. Nessuno potrebbe oggi misurarvi per l'appunto i suoi dominî; ma, certo, la loro estensione doveva appena pareggiare quella d'una delle provincie che fecero parte del regno di Ruggiero. Nel 1130, quando questi fu coronato Re nel duomo di Palermo, i discendenti di Umberto erano, sì, più potenti signori di un secolo innanzi, ma di gran lunga, di gran lunga meno potenti di lui. Il quinto successore di Umberto, conte sin dal 1103, Amedeo III, possedeva in soprappiù solo una parte della Contea di Torino, e altresì un tratto di terra, forse il Bugey, donato da Enrico IV imperatore al marchese Pietro e al conte Amedeo II nel 1074 per avergli conceduto il passo: e in quello stesso anno ripigliava per poco la città di Torino che gli si era ribellata. Che differenza tra i possessi di cotesto conte alpigiano, malamente connessi insieme, attraversati e separati da altissimi monti, diversi per qualità di popolazione, con quel mirabile complesso dei possessi isolani e continentali del re Ruggiero? Questi assunse il titolo di Re d'Italia; fu il primo dei principi del mezzogiorno a farlo, ma non fu l'ultimo; però nè egli nè alcuni dei suoi successori compì l'impresa cui il titolo accennava. Perchè? E perchè invece la compirono i discendenti di Umberto, tra i cui ascendenti v'era forse stato qualcuno che l'avesse preso prima di Ruggiero, ma eran parsi per tanto tempo poi così lontani dal potervi pretendere? Certo, l'unità regia d'Italia doveva esser fatta dall'uno o dall'altro dei due regni che si costituirono a così grande diversità di data, l'uno dalla dinastia normanna nel 1130, l'altro da quella di Savoia nel 1713; ed è curioso che al Duca di Savoia, così si chiama fin dal 1416, il titolo di Re venisse dall'acquisto della Sicilia, appunto perchè il Ruggiero aveva di quest'isola fatto un regno. Nell'Italia Centrale e neanche nella Valle del Po, per diverse ragioni, si sarebbe potuto aggruppare, addensare un nocciolo di forza, sufficiente a compire l'impresa di una nuova unità politica dell'Italia come si sia. Dove il soverchio di vigoria aveva esausto i potenti comuni del medio evo, dove ogni vita politica s'era via via assiderata ed estinta, dove ogni possanza di armi era venuta meno. Ma se è così, perchè dal regno del settentrione è venuta l'unità all'Italia, e il regno del mezzogiorno n'è stato disfatto? Perchè?
Questi e molti altri perchè mi si affollano alla mente, e il rispondervi sarebbe soggetto di maggior interesse, che non è stato forse quello di cui vi ho discorso. Ma richiedono che di questo si fosse discorso prima; e a ogni modo vogliono esser trattati in pieno e con penetrante e imparziale esame. Troverete, di certo, altri che ve li esponga così; e a me non resta se non di pregarvi a benedire la storia tale e quale si è fatta e si è conclusa; poichè dalla triturazione di tanti uomini e cose n'è uscito infine questo; che in voi io non saluto e ringrazio Toscani, nè voi avete sopportato in me un napoletano: ma un italiano, per desiderio vostro, vi ha parlato, e Italiani, per bontà loro, l'hanno udito.
LE ORIGINI DEL PAPATO E DEL COMUNE DI ROMA
DI
ARTURO GRAF