Non è punto facile formarsi un giusto concetto dell'autorità dei pontefici in questo tempo e del rispetto ond'essi godevano. Il mutare continuo delle fortune, il cozzare violento dei più disparati interessi, la ruina degli ordini appena instaurati, eran cagione che la stessa istituzione del papato non potesse acquetarsi in una forma stabile di diritto e di consuetudine. I principii ideali erano abbastanza determinati e saldi, ma spesso erano offesi e manomessi nella persona reale del pontefice che gl'incarnava. Si venerava il papa astratto; si deponeva, s'ingiuriava, si mutilava il papa concreto; e la ruvidezza delle coscienze, e la barbarie dei costumi, non lasciavano scorgere la mostruosità della contraddizione. Quello stesso Liutprando, che menava per la briglia il cavallo del papa Zaccaria, aveva forzato Gregorio III e i Romani a invocare contro di lui l'aiuto di Carlo Martello e dei Franchi.

I Franchi vennero, con Pippino prima, con Carlo Magno poi, e distrussero il regno dei Longobardi e posero fine all'odiata loro dominazione. Il giorno di Natale dell'anno 800, Carlo Magno ricevette in Roma, nella basilica del principe degli apostoli, dalle mani di Leone III, la corona imperiale. Cessava così ogni ragione degl'imperatori bizantini sopra Roma e sopra l'Italia; risorgeva dopo tre secoli l'Impero d'Occidente. Leone III non poteva immaginare allora che l'impero e il papato dovevano diventare nemici più tardi, e riempiere il mondo dello scandalo e del rumore delle loro secolari contese.

Non ridirò le vicende e le fortune del papato nel tempo degl'imperatori franchi, e poi nel tempo degli Ottoni, storia avviluppata e lunga, sopra alcun punto della quale bisognerà ch'io ritorni. La restaurazione dell'impero non era senza pericoli del papato, perchè non era possibile che gl'imperatori non chiedessero, o non usurpassero, diritti e prerogative tali da menomare più o meno l'autorità e la libertà dei pontefici. E cominciò Carlo Magno a darne l'esempio, Carlo Magno, di cui il papa fu un vero e proprio vassallo. Ma non era possibile, da altra banda, che il danno crescesse oltre a certa misura, e che l'impero sopraffacesse durevolmente il papato, perchè l'impero era e rimaneva, essenzialmente, una finzione, e il papato era una cosa viva e reale, e piena di forza. L'autorità imperiale si dissolveva come appena mancasse un uomo di grande e vigoroso animo per tenerla insieme e sorreggerla, mentre l'autorità papale era assai più nella istituzione che negli uomini. E a crescer forza alla istituzione vennero in buon punto, verso il mezzo del IX secolo, le famose Decretali del falso Isidoro, che a nuove pretensioni dei papi recarono il suffragio di antiche, simulate risoluzioni, e furono di sì gran peso e di tanta efficacia allora e poi, che da esse appunto si suole far cominciare una nuova età nella storia del papato. Così, a dispetto dei rigori degli Ottoni, a dispetto delle brutture e delle violenze per cui è celebre quel tristo periodo della storia di Roma che va sotto il nome di pornocrazia, l'autorità dei pontefici andò, sebbene interrottamente, crescendo. Scomunica ed interdetto erano diventati armi terribili. Il 18 giugno del 1053 i Normanni vinsero a Civitate Leone IX, che in armi s'era mosso contro di loro, e lo fecero prigioniero; ma come udirono ch'egli si piegava a levare l'interdetto con cui li aveva colpiti, gli si gettarono ai piedi, e gli fecero ressa d'attorno per baciargli le mani. Poco dopo si compieva, per opera di Cerulario, la separazione, già cominciata con Fozio, della Chiesa greca dalla latina; ma l'autorità dei pontefici, se veniva a mancare in Oriente, cresceva sempre più in Occidente.

E ad assicurare vie meglio tale autorità una grande innovazione fu introdotta nel 1059 da Niccolò II, inspirato in ciò e in altro da quell'Ildebrando che doveva esser papa a sua volta col nome di Gregorio VII. Da tempo immemorabile la elezione dei pontefici era, come abbiamo veduto, occasion di raggiri, di soprusi, di turbamenti d'ogni maniera. I pontefici non potevano sperare indipendenza e libertà piena per sè e per la Chiesa, se prima non liberavano da qualsiasi ingerenza straniera la propria elezione. Guidato da tale pensiero, Niccolò II fece votare dal Concilio Lateranense di quell'anno un decreto, in virtù del quale la elezione del pontefice fu deferita al collegio dei cardinali, mentre all'imperatore, al rimanente del clero, al popolo, non fu lasciato altro diritto che quello dell'approvazione. L'importanza e la forza di tale provvedimento furono subito avvertite da chi n'era leso. Non molto dopo, al decreto conciliare fu contrapposta una falsificazione dettata evidentemente da spirito imperiale, falsificazione che assegnava all'imperatore un posto fra i præduces, o promotori della elezione.

E il 22 di aprile dell'anno 1073 fu eletto dai Cardinali, consenziente tutto il clero, plaudente il popolo, Gregorio VII, il quale era già stato l'amico e il consigliere di parecchi pontefici, e il vero operatore delle riforme consentite da loro. Gregorio VII meditò la monarchia universale teocratica. Volle sciolto il clero, sciolte le corporazioni religiose da ogni dipendenza dalle potestà laiche, e proibì le investiture; strinse con mano vigorosa tutte in un fascio le forze della Chiesa; scomunicò Enrico IV; svincolò i sudditi suoi dal debito di fedeltà. Pensava e dichiarava che il potere dei re è frode diabolica; che colui a cui era stata concessa potestà di aprire e di serrare le porte del cielo doveva essere giudice della terra; che il papa ha diritto di deporre gli imperatori; che le insegne imperiali appartengono a lui solamente; che i popoli tutti devono prostrarglisi ai piedi. Gregorio VII e i primi successori suoi fecero della potestà dei papi la potestà massima del medio evo, una potestà che accoglieva dentro di sè, e da cui scaturiva, come da sorgente, ogni autorità ecclesiastica, ogni autorità laica.

In fatto, la Chiesa allora è tutta nel papa, o è un'emanazione del papa. I vescovi hanno perduto ogni autonomia, e non serbano altra autorità che quella che è delegata loro dal pontefice, di cui sono fatti gli strumenti. La infallibilità è dei pontefici, e non dei concilii, i quali non hanno altro officio che di approvare. Innocenzo III non si contenta più di chiamarsi, come i suoi predecessori, vicario di Pietro, ma vuol essere chiamato vicario di Cristo, e afferma che ciò che il pontefice vuole e opera, vuole e opera come Dio, non come uomo. Si vede subito quali conseguenze possono essere tratte da un'affermazione così fatta. La volontà del papa è la volontà stessa di Dio, e perciò non è lecito contraddirla nè discuterla. Agostino Trionfo, nella sua Summa de potestate ecclesiastica, composta a richiesta di Giovanni XXII, giunse a dire che non si può appellare dal giudizio del papa al giudizio di Dio, essendo l'appello solamente possibile da un giudice inferiore a uno maggiore, e papa e Dio essendo una cosa sola.

Per ciò che spetta alla potestà laica l'ordine è a dirittura invertito. A tempo degli Ottoni noi vediamo il pontefice dipendere dall'imperatore, e porgere all'imperatore, il quale, in sostanza, è arbitro delle elezioni, il giuramento di fedeltà. Ora è l'imperatore che dipende dal papa, è fatto una creatura del papa. Innocenzo III ripete ciò che aveva detto Gregorio VII, ciò che ripeterà qualche anno più tardi Innocenzo IV: la potestà laica non può essere legittima se non derivi dalla ecclesiastica. L'imperatore non può ricevere la corona se non dal papa, e non è imperatore se da lui non la riceve. I regni sono dati dal papa in feudo a chi li governa. La relazione vicendevole dei due poteri è chiarita con la famosa comparazione dei due luminari, del sole ch'era il papa, della luna ch'era l'imperatore. Queste dottrine trionfavano. Ottone IV, incoronato da Innocenzo III, si fece chiamar re dei Romani per la grazia di Dio e del papa; Pietro d'Aragona riceveva in feudo il suo regno e si riconosceva tributario e vassallo della Chiesa; Giovanni Senza Terra deponeva la corona per riprenderla, in più legittima forma, dalle mani del legato Pandolfo. L'inquisizione e i nuovi ordini monastici aiutavano potentemente l'assolutismo dei papi.

Questo assolutismo, la commistione dei due poteri e dei due reggimenti ch'esso portava con sè, ebbero avversari ardenti e risoluti, suscitarono biasimi e rampogne senza fine. Basta ricordar l'Alighieri, che oppose all'eccessive pretensioni dei papi il suo trattato De Monarchia, e in molti luoghi del poema avventa contr'esse i fulmini dell'ira sua. Certo, quella commistione fu causa di molte sciagure o di pervertimenti irreparabili; ma lo storico imparziale deve pur riconoscere ch'essa era necessaria e inevitabile. Le pretensioni di pontefici come Gregorio VII ed Innocenzo III sono la logica conseguenza di certe premesse, dalle quali si svolgono come la pianta dal seme.

Gesù Cristo aveva in mente e voleva la separazione delle due potestà, spirituale e temporale, quando pronunziava le memorabili parole: Date a Cesare ciò che è di Cesare; date a Dio ciò che è di Dio. Dopo lui, molti vollero, e molti si adoperarono a ottener quel medesimo, finchè ai giorni nostri fu proclamata, come provvedimento ottimo di ragione e di diritto, la separazione totale della Chiesa e dello Stato. Se non che, tale separazione, quanto è facile in teorica, altrettanto è difficile in pratica, e se potrà effettuarsi ora, o in avvenire, certo non poteva effettuarsi in passato. Notisi che gli stessi concetti fondamentali sono qui molto difficili da fermare e da circoscrivere; che non si può dire, con precisione dove finisca lo spirituale e dove il temporale cominci; e che essendo, così dell'uno come dell'altro, subbietto ed obbietto l'uomo, di necessità debbono spirituale e temporale entrar l'uno nell'altro. Ond'è che noi vediamo, o la potestà laica cercare di sopraffar la ecclesiastica, o questa cercare di sopraffar quella. Non sempre, del resto, ci fu frode o violenza: più d'una volta l'una potestà consentì, o a dirittura chiese l'ingerenza dell'altra; più di una volta sì fatta ingerenza fu resa necessaria dalla condizione dei tempi, dalle storiche vicende.

Giustiniano, il quale pure usurpò non pochi diritti e offici dei papi, volle, nondimeno, che i vescovi dirigessero la elezione dei più cospicui officiali della diocesi; che vigilassero il loro operato e l'uso che si faceva del pubblico denaro; che soprintendessero alle fabbriche e alle prigioni; avessero in tutela i minori. Promulgando la prammatica sanzione, egli conferì loro anche la elezione della più parte degli ufficiali provinciali e la vigilanza dei loro atti.