Sopraggiunti tempi calamitosi, nella confusione e nella ruina degli ordinamenti antichi, la potestà civile dei vescovi, e più quella dei papi, dovettero andare necessariamente crescendo. Quando l'Italia, abbandonata alle proprie sue forze dagl'imperatori d'Oriente, ebbe a difendersi, come potè, dalle violenze dei Longobardi, spesso ogni autorità si raccolse nei vescovi, come in coloro che soli erano in grado di assumerla. «Sono tante le faccende pubbliche,» scriveva Gregorio Magno ai patriarchi dell'Oriente «cui deve attendere qui chi ha nome di vescovo, da lasciar dubbio se egli abbia officio di pastore d'anime o di principe secolare». Lo stesso Gregorio, che per tutto il tempo del suo papato dovette accudire, com'egli pur dice, ai chierici, ai monasteri, ai poveri, al popolo e, per giunta, ai Longobardi, lo stesso Gregorio fu principe e papa ad un tempo, e con ragione poteva egli scrivere in altra sua lettera: «Sono già ventisette anni che in questa città noi viviamo tra le spade dei Longobardi; e non è da dire quanto tributo debba ogni giorno questa Chiesa porgere loro, perchè ci sia conceduto di vivere. Avvertirò solo che come in Ravenna è un tesoriere imperiale che provvede alle spese quotidiane, così in questa città sono io fatto tesoriere loro per ogni occorrenza.» Estraniandosi sempre più Roma dall'impero, Gregorio III fece restaurare a proprie spese le mura della città.

In questi fatti non è usurpazione di poteri, ma naturale accessione, richiesta dagli avvenimenti. Se i papi avessero voluto allora attendere al solo ufficio pastorale, astenendosi da ogni ingerenza nei civili negozii, avrebbero aggravato i pericoli e i mali ond'erano afflitte in più particolar modo le popolazioni d'Italia. La nuova potestà veniva loro, più che da altro, dallo scadimento e dalla defezione della potestà laica ordinaria. Più tardi fu la stessa potestà laica quella che nei pontefici riconobbe un'autorità diversa dalla spirituale. Come nei primi secoli della Chiesa si videro più d'una volta le parti chiamar giudici delle loro contese gl'imperatori, attribuendo loro, per la speranza di vincere, un'autorità spirituale che quelli non avevano; così più tardi si videro principi chiamar giudici i papi in cause civili e politiche, attribuendo loro, per la speranza medesima, una autorità che quelli non avrebbero dovuto avere. Esempio memorabile a tale riguardo è quel di Pippino, seguito poi da altri in gran numero. L'anno 751, Pippino, figlio di Carlo Martello, e maggiordomo di quell'ombra di re che fu Childerico III, mandò a Roma il vescovo Burgardo e il cappellano Folrado, con missione d'interrogare il papa Zaccaria circa i re di Francia, «i quali non avevano più in quel tempo regal potestà; se ciò fosse bene o non fosse». Non v'è dubbio che il papa avrebbe dovuto rispondere alla subdola domanda con affermare esplicitamente il diritto del re legittimo; ma premuto ogni giorno più dai Longobardi, non potendo sperare aiuto se non dai Franchi, e non lo potendo ottenere se non a patto di avere amico Pippino, fece atto di cattivo sacerdote, ma di buon politico, e mandò a rispondere a Pippino «esser meglio che il nome di Re si desse a colui il quale aveva la potestà, anzichè a colui che non avendo la potestà, riteneva il nome». E così «per non turbar l'ordine, per l'apostolica sua autorità ordinò che Pippino fosse re». Childerico fu deposto, e Pippino, unto re dai vescovi di Gallia, ne tolse il luogo. Tre anni dopo, Stefano III, volendo assicurar meglio il fatto, e dargli maggior solennità, consacrò di bel nuovo Pippino, e insieme con lui la moglie Bertrada, e i figliuoli Carlo e Carlomanno, conferendo a quello e a questo il titolo di patrizii dei Romani; e benedisse i signori Franchi presenti, ammonendoli sotto minaccia d'interdetto e di scomunica, di non più mai eleggersi un re d'altra schiatta. Passato mezzo secolo, Carlo Magno riceveva da un altro pontefice la corona del rinnovato impero.

Come dunque non avrebbero i papi attribuito a sè medesimi il diritto di creare i principi e disporre dei regni, se tale diritto era ammesso ed invocato da coloro appunto che avrebbero dovuto negarlo e combatterlo? e che cosa si poteva ragionevolmente opporre ai papi, e alle pretensioni loro sopra l'impero, quando, in sostegno di quelle pretensioni medesime, i papi recavano innanzi il fatto irrecusabile che per opera loro era avvenuta la traslazione della sovranità imperiale, prima dai Greci ai Franchi, e poi dai Franchi ai Tedeschi? Che i papi, da altra banda, cercassero di approfittarsi di ogni occasione favorevole per accrescere la potestà propria, è cosa naturale, e consentanea alla umana natura. Ma non si creda che quel crescere della potestà papale oltre i confini che pareva le dovessero essere più legittimamente assegnati, fosse sola conseguenza degli avvenimenti storici e di storiche congiunture, della debolezza degli uni e dell'avidità degli altri; era pure, come ho accennato, conseguenza logica, logico svolgimento di certi principii, di certe idee, consustanziali alla stessa dottrina cristiana.

Che cosa è, secondo tale dottrina, la vita terrena? Non altro che un avviamento e una preparazione alla vita eterna. Qual è il fine dell'uomo? Raggiungere, conformando la vita terrena alla legge di Dio, la eterna felicità; al qual ultimo fine debbono essere coordinate le istituzioni tutte del viver civile e politico, leggi, magistrature, principati. Chi è che ha la retta cognizione della legge divina e l'officio di bandirla e di farla trionfare? La Chiesa, e quando la Chiesa sarà tutta accentrata nel papa, il papa. Voi vedete subito come si deduca l'ultima conseguenza: il papa, illuminato dalla verità, assistito dallo Spirito Santo, dee governare il mondo e i suoi principi, come la mente governa il corpo: ogni diritto che contrasti col suo, il quale s'immedesima con quello dell'intero genere umano, chiamato da Cristo ad aver parte nel regno dei cieli, è un diritto irrazionale e illegittimo. Il papa deporrà il principe che, a suo giudizio, non aiuti i sudditi suoi al conseguimento di quell'unico fine, e disporrà dei regni della terra, delle insegne e degli onori reali nel modo che al conseguimento di quell'unico fine gli parrà più conforme e dicevole. Io non dico già che in quella rivendicazione di alta sovranità civile e politica per parte dei papi non entrassero molte volte la cupidigia e la frode; ma dico che quella rivendicazione stessa non sarebbe stata possibile senza il concorso di fatti e di condizioni che i papi non avevano creati, e senza il suffragio di principii che erano tenuti universalmente per veri. Per certo Gregorio VII e alcuni dei successori suoi ebbero piena fede nel diritto che asserivano.

Ma i papi, non solo esercitarono un diritto di alta sovranità sui principi temporali; furono principi temporali essi medesimi, ed ebbero un regno, la cui storia, intralciata e lunga, è intimamente congiunta con la storia della loro autorità spirituale. Chi dice che il dominio temporale nocque molte volte all'ufficio del supremo apostolato, e lo involse in interessi disonesti e biechi, non dice se non il vero; ma erra chi crede che l'acquisto di quel dominio sia stato necessariamente e sempre frutto di arti frodolente, di audaci menzogne e di sfacciate usurpazioni. Arti e menzogne ed usurpazioni ci furono come in ogni altra cosa umana; ma s'ha a dire di quell'acquisto ciò che dello sconfinamento dell'autorità papale ricordato pur ora: esso fu cominciato, poi promosso, da fatti storici ineluttabili e da più ineluttabili credenze e dottrine.

Le origini prime di quello che poi fu detto Stato della Chiesa sono molto antiche. Cristo insegnò il disprezzo dei beni di quaggiu; consigliò a chi aveva fede in lui di distribuire ogni suo avere ai poveri e di seguirlo, e disse espresso che il suo regno non era di questo mondo. La Chiesa primitiva non ebbe ricchezze, ma visse di oblazioni, le quali servivano a sostentamento dei ministri, dei pellegrini, dei poveri, e alle spese del culto. Il trionfo della fede, l'organarsi e l'assodarsi della gerarchia, dovevano, anche per questo rispetto, mutare profondamente la condizione delle cose. Le singole chiese arricchirono, e quelle stesse ragioni che fecero di Roma la principal Chiesa dell'orbe cristiano, fecero pure di Roma la Chiesa più ricca. La famosa donazione di Costantino è una favola; ma gli è fuor di dubbio che Costantino fu assai liberale con la Chiesa di Roma, arricchita da lui di templi, di suppellettili preziose, di fondi rustici e urbani. L'esempio di Costantino fu imitato dai successori suoi, e da innumerevoli privati cui era stata concessa facoltà di donare, o di lasciare per testamento i loro beni alla Chiesa. Molte fra le più ricche famiglie di Roma gareggiarono in quest'opera, guidate da un pensiero che non poteva non sembrare in tutto ragionevole e giusto a coloro che avevano la fede e l'entusiasmo della fede; giacchè chi meglio della Chiesa avrebbe potuto far dei beni di quaggiù un uso conforme agli ammaestramenti degli Evangeli? chi meglio di lei adoperare a buono e legittimo fine ciò che di solito è fomite e strumento di peccato? Così è che allo sfasciarsi dell'impero d'Occidente il patrimonio di San Pietro, com'ebbe a chiamarsi, comprende vastissime possessioni, non solo in Italia, ma in Gallia ancora, in Dalmazia, in Africa, in Asia. Anche le altre Chiese maggiori avevano allora patrimonii più o meno cospicui, sebbene senza paragone minori di quello che aveva la Chiesa di Roma.

I papi amministravano il patrimonio, riscotevano le copiosissime rendite, ma non avevano sopra di esso diritto di sovranità, diritto che spettava, secondo le regioni ov'erano poste le terre, o ai re franchi o all'imperatore d'Oriente. Se non che, date le condizioni generali dei tempi; dato il progressivo e irreparabile sfiacchimento della potestà degl'imperatori bizantini in Italia, e il crescere della potestà dei pontefici, non era possibile che o prima o poi questi non pensassero a sostituire all'apparente sovranità degl'imperatori la reale sovranità propria. E una sostituzione così fatta ebbe favore dalle popolazioni italiane, che minacciate e strette da nemici formidabili, e non protette da sovrani di nome e per giunta lontani, non vedevano chi meglio del papa, che avevano in casa, potesse farsi tutore degl'interessi e delle ragioni loro. La sovranità spirituale dei pontefici attirava dunque a sè, naturalmente ed irresistibilmente, anche questa sovranità temporale.

Il primo nucleo di uno Stato della Chiesa, propriamente detto, procurò, e sembra strano a dire, Liudprando, il re di quei Longobardi che tante noie diedero ai papi, e contro a cui i papi invocarono l'aiuto vittorioso dei Franchi. Nel 728 Liudprando cesse e donò poco tempo dopo che se n'era fatto padrone, la città di Sutri agli apostoli Pietro a Paolo, non tenendo conto alcuno dell'imperatore a cui essa apparteneva di diritto. Era papa allora Gregorio II, il quale, avendo il popolo cacciato il duca, che appunto rappresentava in Roma l'imperatore, fu davvero signore di quello che dicevasi ducato romano. Nel 741 lo stesso Liudprando fece dono a papa Zaccaria di parecchie altre città. Maggiore accrescimento ebbe pochi anni più tardi il nascente Stato della Chiesa per la donazione di Pippino, e per quelle di Desiderio e di Carlo Magno; così che, nei primi anni del secolo IX, esso comprendeva, oltre l'antico ducato romano, l'esarcato di Ravenna quasi intero, la Pentapoli e una parte rilevante del ducato di Toscana. Il patrimonio di San Pietro cresceva, ma non cresceva di pari passo la signoria dei pontefici sopra di esso, presa in mezzo e premuta da altri diritti. Gl'imperatori franchi, a cominciare da Carlo Magno, si riserbarono l'alta sovranità, e la esercitarono, sebbene non sia possibile sempre vedere entro quali limiti si contenesse, e come si conciliassero le due potestà degl'imperatori e dei papi. Certo ai papi quella soggezione doveva tornare assai poco gradita, ed essi dovevano porre ogni studio a scemarla. In ciò ebbero aiutatori efficaci gli stessi degeneri successori di Carlo Magno: Carlo il Calvo non esercitò più su Roma e le altre terre del patrimonio che una parvenza di autorità.

Fu molto disputato circa il tempo in cui cominciò ad aver corso la famosa favola della donazione di Costantino, e le contrarie opinioni non si sono mai potute mettere d'accordo. Chi la vuole immaginata a tempo di Carlo, chi di Pippino, e chi prima e chi dopo. L'opinione più probabile è forse quella che la fa sorgere ai tempi di Niccolò I, degno precursore di Gregorio VII; di quel Niccolò di cui il cronista Reginone, suo contemporaneo, ebbe a dire che comandò ai re ed ai tiranni, e come signore del mondo impose loro la sua volontà. Nessun mezzo si sarebbe potuto escogitare più acconcio di quella favola a sopraffare l'ultimo resto dell'incomoda sovranità imperiale, mentre lo scadimento stesso di quella sovranità agevolava e favoriva la diffusione della favola e le permetteva d'acquistar credito. Convertendosi alla fede di Cristo, e ricevendo il battesimo, Costantino aveva ceduto in perpetuo a papa Silvestro, ed ai suoi successori, Roma, l'Italia e tutto l'Occidente, e in conformità di tale cessione aveva trasferita in Bisanzio la sede dell'impero. Come dunque s'arrogavano quei nuovi imperatori un qualsiasi diritto di sovranità sopra le terre della Chiesa? Non erano piuttosto essi, che si atteggiavano a sovrani, i feudatari dei pontefici, e non dovevano riconoscere da questi, insieme con la corona imperiale, anche la investitura? Liudprando, Pippino, Desiderio, Carlo Magno, non donarono nulla alla Chiesa, ma le restituirono ciò che indebitamente e malvagiamente le era stato tolto. Più tardi s'andò anche più in là, e fu considerata come una restituzione la stessa donazione di Costantino.

L'apocrifo atto acquistò grandissima autorità e fu ai papi di grandissimo giovamento. Invano, nel 999, l'imperatore Ottone III lo dichiarava menzogna sfacciata: durante tutto il medio evo esso fu tenuto in conto di autentico, e allegato ogni qual volta se ne offerse opportunità. Su di esso, e su le donazioni egualmente autentiche di Lodovico il Pio, di Ottone I e di Arrigo II, si fondava nel 1059 Niccolò II per dare in feudo a Roberto Guiscardo la Puglia, la Calabria e la Sicilia, quest'ultima ancora da strappare ai Greci ed ai Saraceni, e per investire del principato di Capua Riccardo conte di Aversa. Dante rimproverava con aspre parole a Costantino la dote funesta che aveva pervertita la Chiesa di Cristo; ma solo due secoli più tardi l'Ariosto poteva por quella dote nel mondo della luna, ove tutto è raccolto