Ciò che si perde, o per nostro difetto,

O per colpa di tempo o di fortuna.

La donazione o, se così vogliamo chiamarla, restituzione che la contessa Matilde, la gloriosa amica e fautrice di Gregorio VII, fece de' suoi dominii alla Chiesa accrebbe di molto ancora il patrimonio di questa. Gli è assai probabile che Matilde abbia inteso donare i soli suoi possessi allodiali, non quelli che teneva in feudo dall'imperatore, e di cui non poteva disporre; ma è certo da altra banda che l'atto di lei fu cagione di nuove dispute e di nuove contese fra imperatori e papi. Innocenzo III riuscì ad aver ragione anche in ciò, e fu signore di uno Stato affatto indipendente, e come tale riconosciuto dallo stesso imperatore, Stato che comprendeva, oltre il territorio che da Ceprano si distende sino a Radicofani, il ducato di Spoleto, la marca d'Ancona, l'antico esarcato di Ravenna sino al Po, la contea di Brettinoro, i dominii della contessa Matilde.

Abbiam veduto i papi crescere a poco a poco; acquistar diritto di preminenza su tutti gli altri vescovi; assicurarsi la libertà; mutarsi di vicarii di Pietro in vicarii di Cristo; attrarre sempre più a sè la potestà diffusa nel corpo della Chiesa; assumere quasi carattere di divinità; stendere sul mondo un'autorità formidabile, la quale, essendo tutta spirituale in principio, si fa arbitra d'interessi e di diritti affatto temporali, si sovrappone ad ogni autorità laica, e la nega, o l'ammette solo come un'emanazione di sè stessa. Abbiam veduto le ricchezze affluire nella Chiesa, e i papi amministrare vastissime possessioni, diventare feudatari dei re, emanciparsi da ogni esterna sovranità, cingere da ultimo la corona dei principi secolari e indipendenti. Abbiam veduto tutto ciò aver suo principio in Roma, crescere in Roma, intorno a Roma e per Roma. Molti fatti, molte idee, molte forze concorsero a formare il papato; ma, se Roma non fosse stata, nemmeno il papato sarebbe stato, o come ho avvertito, sarebbe stato un papato assai diverso da quello che fu.

Ebbene, qui s'offre all'attenzione vostra un fatto assai strano. In Roma sempre ebbero i papi i più acerbi nemici loro; in Roma corsero i più gravi pericoli; Roma fu il trono e la gogna loro, il luogo della loro glorificazione e del loro martirio. Niccolò Machiavelli ebbe a fare l'osservazione che i papi, i quali fuori di Roma avevano grandissima e indisputata autorità, ne avevano pochissima in Roma. Tale osservazione, verissima, era già stata fatta assai prima, in pieno medio evo. Quello stesso Gregorio VII che si condusse a' piedi un imperatore, non fu egli assalito in chiesa da Cencio nel bel mezzo delle funzioni del Natale, percosso, trascinato pei capelli? E quanti papi prima di lui, e dopo di lui, non furono in Roma, e nello stesso loro palazzo, e nelle chiese maggiori, assaliti, oltraggiati, percossi, spogliati delle insegne del pontificato, minacciati di morte? Quanti non si salvarono con patti vergognosi o con fughe precipitose? Quell'Urbano II che poteva con una parola sollevare l'Europa in armi, e precipitarla contro gl'infedeli al riscatto di Terra Santa, nulla poteva in Roma, e fu più d'una volta ridotto a campar di elemosine. Pasquale II fu preso a sassate durante la processione di Pasqua, e costretto a fuggirsene. Lucio II morì d'una sassata che lo colse mentre tentava di espugnare il Campidoglio. Persino Innocenzo III dovette cercare scampo nella fuga. E chi potrebbe noverare tutti i papi cui Roma chiuse superbamente in sul viso le porte?

L'eterna Città fece pagar caro ai pontefici il vanto e il beneficio che venivano loro da lei. Era in essa un fermento inestinguibile, uno spirito prevaricatore e protervo che veniva d'alto e di lontano, e mai non chetava. La ribellione vi ribolliva e rimuggiva in perpetuo, e fu per secoli la forma ordinaria della sua vita. Roma ricordava d'aver signoreggiato il mondo; Roma ricordava d'essere stata la fonte d'ogni diritto e d'ogni sovranità, e voleva continuare ad essere, e non voleva obbedire, e non obbediva a lungo mai a nessuna potestà, nemmeno a quelle ch'essa stessa creava. L'impero era lei,

Roma caput mundi regit orbis frena rotundi:

quel popolo s'inebbriava ancora al suono terribile del suo nome e sognava sogni smisurati. Roma voleva l'impero e voleva il papato; ma come ornamenti suoi li voleva, nè l'imperatore nè il papa riceveva come signori assoluti. Li voleva entrambi, perchè a costituire la suprema sovranità che credeva suo dritto, era necessario il concorso di entrambi; ma come l'una delle due potestà minacciava di crescer troppo e di soperchiare, essa aiutava l'altra. Però, tra l'impero e il papato noi vediamo per secoli una Roma sempre in sommovimento, sempre in armi, vinta spesso, non domata mai, che pugna per salvare l'autonomia propria, e si afferma comune, e si afferma repubblica, e non dà pace nè a sè stessa, nè altrui. Da tale sua condizione vien fuori una storia meravigliosa ed oscura, quale nessun'altra città nel mondo ebbe o avrà mai; storia di violenze, di errori, di tradimenti, di entusiasmi, di vittorie, di sconfitte, di peripezie d'ogni maniera, senza fine e senza tregua. Simile a quel vortice spaventoso del mare di cui favoleggiò l'età di mezzo, pel quale passavano a mano a mano le acque tutte che sono sulla faccia della terra, Roma riceveva dentro di sè le forze tumultuanti del mondo, e fra le sue mura esse venivano agli urti supremi, alle supreme battaglie.

La storia del comune di Roma è in parte oscura, in parte disforme da quella degli altri comuni italiani, sorti in condizioni molto diverse dalle sue. Le vecchie istituzioni, sebbene alterate, sebbene affralite, durarono in essere sotto i Goti ed i Greci; ma si perdettero nel tempo della lotta contro i Longobardi, quando popolo e papa si allearono contro il comune avversario, e insieme si adoperarono a scuotere il giogo degl'imperatori d'Oriente. Il senato si dilegua e sorge un comune nuovo in cui al potere civile prevale il militare. In sul principiare del secolo VIII si menziona per la prima volta il ducato romano. Il territorio della città si è allargato, e il popolo si sforza d'avere un duca di sua elezione, e ci riesce. L'antico prefetto imperiale sparisce ancor esso, o muta officio e carattere, diventa un giudice criminale. Il potere civile si fonde col militare, e sono entrambi nelle mani del duca, che abita sul Palatino e ha sotto di sè una popolazione spartita in quattro classi, e l'esercito, che è formato del fiore della cittadinanza e prende parte nella elezione del papa. Il papa non è sovrano; ma ha sotto di sè numerosi officiali, dirige una vasta amministrazione, fruisce d'ingenti entrate, esercita il potere civile quante volte gliene è data opportunità, e l'autorità sua di tanto cresce di quanto l'imperiale scema.