«Frate meu, de quillo mundu bengo:
Loco sejo et ibi me combengo.»
Quillu, auditu stu respusu, — cuscì bonu 'd amurus
Dice: «Frate, sedi josu! — non te paira despectusu;
Ca multu fora coleiusu — tia fabellare ad usu.
Hodie mai plu non andare,
Ca te bollo multu addemandare.»
Ma se qui si vuol «multu addemandare», di rimanercene a sentire a noi manca il tempo; chè ci arriva il suono di un altro dialogo assai più animato, tra gente che desta molto più la nostra curiosità: il trovatore Rambaldo di Vaqueiras — colui che «Trovò per Beatrice in Monferrato», il compagno d'avventure del prode e cavalleresco marchese Bonifazio — e una popolana di Genova. Il trovatore prega d'amore costei nel tuono ch'egli è solito usare colle nobili castellane: ma le risposte che riceve sono ben diverse da quelle a cui è avvezzo. Ascoltiamo un momento. Tradurvi il provenzale di Rambaldo avrebbe ad esser superfluo. O quando mai un uomo innamorato, o che tale si finge, ha saputo dire a una donna qualcosa di nuovo, che tutti e tutte non conosciate a menadito?
«Donna genta et eissernida,
Gaia e pros e conoissens,