E pure da una tale prodigiosa credulità, da questo stato infantile dell'umano intelletto, che caratterizza il Medioevo, derivarono appunto i frutti della letteratura romanza. Come proprio dei fanciulli è l'amare tutto ciò che sappia di meraviglioso; come in essi è prepotente il desiderio dei racconti, tanto più graditi quanto più uscenti dai limiti del verosimile, così un popolo fatto latino dalla conquista, ringiovanito poi dal connubio colle fantasiose stirpi germaniche, e dalla loro antichissima epica eccitato, innestava sull'epopea merovingia l'epopea nuova, celebrando Clotario e Dagoberto, Carlo Martello e Carlomagno. E così sulla terra di Francia risuonava il primo cauto romanzo, che poi, traverso ai secoli, dispiegandosi, come albero rigoglioso ed immenso, in mille e mille rami, toglieva argomento dalle leggende intorno agli antenati di Carlo, intorno alla sua giovinezza, alle sue guerre, ai prodi compagni delle sue imprese. Nè solo dalle leggende Carolingie il trovèro francese attingeva materia pei suoi canti infiniti. Tutto in quell'epoca di trasformazione, di inconsciente poesia, di balda giovinezza de' cuori, prendeva un colorito uniforme; tutto era guardato traverso un velo di fantastico tessuto: la guerra di Troja, come le imprese di Alessandro Magno; le prodezze di Arturo, come gli amori di Tristano, come i miracoli di Sant'Eulalia e di Sant'Alessio. Si accoppiava quindi alla solennità religiosa feudale della canzone di gesta, il cavalleresco romanzo d'avventura; si intrecciava al canto epico il romanzo allegorico dell'amore simboleggiato nella Rosa, mentre, quasi araldi dell'avvenire, ghignavano beffardi il poema della Volpe e il procace Fabliau.
Tutta questa lussureggiante fioritura romanza sbocciava e si allargava nella Francia settentrionale e centrale, dal settimo al tredicesimo secolo.
E nella Francia meridionale intanto più presto che altrove si apriva uno spiracolo di luce nel buio del Medioevo. Sotto quel limpido cielo, in mezzo a quella inebbriante natura ed a quelle popolazioni facili ad ogni impressione, avide di piaceri e di feste, agitate da un forte sentimento della vita; in quelle città intelligenti e fiere, dove la libertà si sviluppava così nobilmente, dove i pregiudizi occidentali erano distrutti dalle intime relazioni coi Musulmani e cogli Ebrei, dove regnavano sovrani lo spirito cavalleresco, l'amor della gloria, la difesa del debole, il culto per la donna, la liberalità, la magnificenza, nella Francia meridionale sorgeva un'altra letteratura, che cantava l'amore, la gioia, la cortesia; che affratellava in una specie di democrazia poetica il povero al ricco, il vassallo al signore; che univa in nozze ideali il popolo all'aristocrazia. Il poeta Provenzale, il trovatore, è sopratutto un artista, un artista lirico, che spesso mette in musica le sue proprie poesie, e da sè stesso cantandole, si accompagna col suono; che vive nei castelli dei principi e dei nobili, ne rallegra i conviti e le feste, riceve doni di cavalli, di bardamenti, di armi, di vesti; si aggira per le sale sontuose del maniero feudale, sogguardato dalla bella castellana, che sa di essere amata da lui, e se ne compiace nel suo segreto, ed aspira come un profumo il suo canto. Fra codesti trovatori ci sono i più potenti baroni della Provenza, ed insieme paggi, servi, soldati, giovani poveri e avventurosi. C'è Guglielmo Conte di Poitiers gran corteggiatore di donne, che oggi ama e domani abbandona; grande scettico che ride dei vescovi, e corre in Terrasanta a capo di trecentomila crociati; prode soldato che vive d'armi e d'amore, di canto e di cortesia. C'è Bernardo di Ventadorn, il figliuolo dell'uomo che scaldava il forno nel castello feudale, che ama prima la moglie del suo signore, e poi in Normandia la celebre Eleonora di Poitiers, e alla corte di Tolosa una bella italiana, Giovanna d'Este. C'è Goffredo Rudel che s'innamora, senza averla mai vista, della contessa di Tripoli, traversa il mare per lei, giunge malato e muore, muore felice perchè ha potuto per un istante contemplare la bellissima donna e riceverne un dono. Ci sono cento e cento altri, di questi cavalieri poeti, di questi guerrieri innamorati, di questi servi ardimentosi, che dal secolo XI al XIII fanno eccheggiare delle loro canzoni quella terra benedetta dalla natura.
Che cosa accadeva frattanto in Italia? Quando già le due letterature della Francia erano giunte al loro più alto sviluppo, in Italia si continuava a scriver latino. Sebbene anche qui si parlasse da tempo immemorabile una lingua volgare, questa lingua che pur serviva alla preghiera e all'amore, che era pure strumento ad esprimere i più cari ed intimi sentimenti dell'anima, pareva sdegnosa di assorgere a più elevato ufficio. La lingua della letteratura seguitava ad essere il latino, non solo nel VII, nell'VIII, nel IX e nel X secolo, ma anche nell'XI e nel XII.
Le ragioni di questo fatto sono complesse, ma si possono tutte riassumere in una sola, nell'influenza esercitata sugli Italiani dal grande nome di Roma. Per essi le memorie classiche fanno parte della loro vita: ogni città pone la sua gloria nel ricongiungersi all'antichità; Pisa, Genova, Verona si dicono fondate dai compagni di Enea: Firenze si crede edificata da Cesare e chiamata la piccola Roma; Padova si vanta di possedere le ceneri di Antenore; Venezia di essere stata costruita e abbellita colle pietre, colle colonne, colle vasche avanzate alla distruzione di Troja.
Roma, anche vinta, soggioga i suoi vincitori. Eruli, Ostrogoti, Longobardi, si succedono, ma non penetrano la società, non la trasformano: Teodorico invade Roma, ma la sua reggia resta più romana che gota. Questa fu certo per noi una sventura politica. Mentre la Gallia rinnovata dai suoi stessi invasori diventava la Francia, e la Bretagna diventava l'Inghilterra, e l'Iberia la Spagna; noi soffrimmo tutti i danni delle invasioni, senza che questi fossero compensati dalla creazione di nessuna forza novella. Se Teodorico o Liutprando fossero stati il Clovi dell'Italia, chi sa quale diversa condizione si sarebbe preparata al nostro paese, chi sa quanti dolori, quanti martirii, quante umiliazioni di meno registrerebbe la nostra storia. Ma così non accadde. Noi fummo appena spruzzati del sangue barbarico, e rimanemmo Romani: Romani nelle idee, nei sentimenti, nelle leggi ed anche nella lingua come strumento letterario. Onde agli Italiani mancò quella infanzia d'intelletto e di cuore che fu per altre genti latine fonte d'ispirazione poetica. Là l'evoluzione letteraria si operò nel popolo e per il popolo, e fu spontanea, viva, feconda. Noi avevamo tutto un glorioso passato che ci gravava le spalle, che ci faceva esser maturi quando gli altri eran fanciulli, che ci dava i pregi della virilità, ma ci privava della vivacità infantile. Noi eravamo i continuatori di una civiltà antica di secoli, non i cominciatori di una civiltà nuova. La storia imperava tiranna su noi, e poco ci commovevano le prodezze dei paladini o la rotta di Roncisvalle o le bianche mani d'Isotta. Noi non avevamo, come gli altri popoli d'Europa, un eroe fantastico, nel quale s'incarnasse idealmente la nazionalità italiana. I nostri eroi seguitavano sempre ad essere i vecchi Scipioni. Noi eravamo pratici: le nostre città marittime si arricchivano coi commerci, nelle nostre Università si studiava il diritto romano, i nostri Comuni combattevano per la loro libertà: pratici e sempre un po' increduli, sempre con un po' di paganesimo nelle ossa. Il nostro scetticismo non ci concedeva di creare leggende, e le leggende degli altri popoli accoglievamo freddamente, non aggiungendovi nulla di nostro, anzi spogliandole spesso del loro colorito poetico, riducendole in prosa, ed in prosa latina. Perchè quello che accadeva per il contenuto, accadeva pure per la forma. La lingua latina non era per gli Italiani quello che per gli altri popoli, sui quali passò vincitrice l'aquila romana. Quei nostri padri antichi amavano il latino come loro lingua nazionale: esso faceva parte del loro sentimento di patria, era un ricordo della gloria passata, il segnacolo della loro grandezza, il labaro delle memorie e delle speranze. Gli Italiani del Medioevo scrivendo il latino, potevano illudersi nella credenza di aver messi in fuga i Barbari; e abbandonare quella lingua che aveva accompagnati nel loro giro trionfale i conquistatori del mondo, che aveva risuonato solenne e terribile nel Foro, che aveva servito alle immortali creazioni di Virgilio, doveva parere come perdere un'altra volta la patria.
Questo tenersi stretti al latino era poi potentemente favorito in Italia dalla Chiesa, che ne aveva fatto la sua lingua officiale, e non permetteva intromissione di volgare nei suoi riti; era favorito dalle magistrature e dagli scrittori. E così la chiesa, le leggi, la scienza, le condizioni sociali e intellettuali, le memorie del passato e le aspirazioni del presente, tutto cospirava a ritardare l'apparizione della nuova letteratura.
Vero è che quella povera lingua dei poeti, degli storici, degli ascetici, quella miserrima lingua della liturgia e delle leggi, era piuttosto che un latino, un volgare latinizzato: vero è che già quasi appartiene alla letteratura italiana il canto del nono secolo per l'imprigionamento dell'imperatore Lodovico II, e quello dei soldati modenesi del decimo; e che in latino volgare noi abbiamo una ricchissima letteratura di poemi, di canti storici, di cronache, d'inni sacri. Ma, insomma, il volgare schietto, la lingua parlata non osa ancor farsi avanti, diventare lo strumento dell'arte nuova. Siamo già alla fine del dodicesimo secolo, e nulla ancora apparisce.
Però, i semi si vanno gettando. Le due letterature della Francia saranno quelle che determineranno il primo sviluppo della letteratura italiana. Prima di arrischiarsi al loro volgare, gli Italiani scriveranno in provenzale e in francese.
Numerosi legami unirono già anticamente la Gallia meridionale all'Italia, e come l'Italia diede alla Provenza le sue istituzioni politiche, così questa ci mandò un alito della sua poesia. Molti furono i trovatori che nel secolo XII e nel successivo vennero in Italia, aggirandosi per le corti feudali dei marchesi di Monferrato, dei Malaspina, degli Estensi; visitando la Lombardia, la Marca Trevigiana, Como, Verona, Firenze. Il Monferrato divenne una seconda Provenza. I trovatori più famosi visitarono quella corte. Pier Vidal, dopo aver percorsa la Catalogna, l'Aragona, la Castiglia, dopo avere sposata a Cipro una greca ed avere sperato di assidersi sul trono imperiale di Costantinopoli, arrivava nel Monferrato, ed ivi scriveva verso il 1195 una poesia, dove palpita un certo sentimento di nazionalità italiana. Press'a poco nel tempo stesso si avviava verso l'Italia un altro celebre trovatore, figliuolo di un povero cavaliere della Contea di Orange, Rambaldo di Vaqueiras. Fermatosi a Genova, s'abbatteva in una donna, e la richiedeva di amore, ma ne era respinto, e componeva intorno a ciò una canzone bilingue, che può considerarsi come uno dei documenti più antichi dove rimanga vestigio di un dialetto italiano: ve ne lesse due strofe il professor Rajna parlandovi delle origini della lingua italiana. — Rambaldo, proseguendo il suo viaggio, giungeva appresso alla corte di Monferrato, dove lo attendeva la protezione del marchese Bonifazio e l'amore della sua avvenente sorella Beatrice, ch'egli cantava in molte poesie, sotto il nome di Bel Cavaliere, avendola una volta furtivamente veduta esercitarsi colle armi del fratello.