Spuntò per le Provenza un giorno terribile. Serpeggiava là una di quelle eresie medievali, che volevan ridurre gli uomini allo stato di angeli. Se ne indignarono i difensori dell'ortodossia papale che aspiravano ad essere i padroni delle coscienze; e contro i poveri Albigesi fu bandita da Innocenzo III una crociata, alla quale accorsero migliaia di avventurieri che avean tutto da guadagnare e niente da perdere. Costoro, a cui il papa concedeva perdoni, indulgenze, e, più appetitoso premio, l'affrancazione dai debiti, costoro che intravvedevano i ricchi castelli da saccheggiare con tutto quello che tien dietro al saccheggio, si rovesciarono sulla Provenza come torrente devastatore. In una sola città si scannarono più di sessantamila persone, vecchi e giovani, uomini e donne, persino bambini lattanti. Questi sgozzatori domandavano al Legato del Papa come potessero distinguere i fedeli dagli eretici, e costui rispondeva: ammazzateli tutti, che saprà dopo distinguerli Dio. Si trucidava dappertutto, nelle case, per le vie, anche sui gradini degli altari. Tutta la Provenza fu inondata di sangue, e su quella terra insanguinata divamparono le tetre fiamme dei roghi che l'Inquisizione accendeva.
I lieti cantori dell'amore, atterriti, fuggivano, e molti di essi prendevano la strada d'Italia, dove si stabilivano come in patria novella. Se prima essi accorrevano alle nostre terre in cerca di fortuna e di amore, dopo la nefanda strage venivano frementi d'ira a cercar la vendetta, e sperandolo vendicatore, si affollavano intorno a Federigo II, tanto in Sicilia come negli altri luoghi dove egli teneva sua corte.
Ai Provenzali poi, che empivano dei loro canti d'amore o di sdegno l'Italia, si accompagnavano non pochi italiani che scrivevano poesie provenzali. Alberto Malaspina non solo accoglieva i poeti occitanici nei suoi castelli di Lunigiana e del Tortonese, ma egli stesso tenzonava con altri trovatori. Maestro Ferrari da Ferrara rallegrava dei suoi versi la corte Estense e quella di Gherardo da Cimino. Lanfranco Cigala di Genova in una fiera serventese rampognava il marchese Bonifazio di Monferrato della sua instabilità politica; un altro genovese, il Calvo, gridava contro le discordie della sua patria; un veneziano, Bartolomeo Zorzi, difendeva contro Genova la sua Venezia; un piemontese, Nicoletto da Torino, celebrava le imprese di Federigo II; un altro piemontese, Pier della Carovana, esortava alla concordia le città strettesi nella seconda lega Lombarda; un mantovano, Sordello, dopo avere rapita al marito Cunizza, la sorella del terribile Ezzelino, dopo aver corse mille avventure d'amore, assorgeva ai più alti argomenti politici, faceva sentire la sua libera parola ai principi e ai popoli.
In tal guisa l'Italia tutta risuonava della poesia occitanica, la quale imponeva la propria lingua ai poeti dei paesi dove essa si stabiliva; in tal guisa trovatori della Provenza e trovatori italiani, si mescolavano nelle nostre corti, cantavano le nostre donne, i fatti della nostra storia, le imprese dei nostri principi. Ed al tempo stesso faceva sentire la sua influenza tra noi anche la poesia della Francia settentrionale; onde, come ci furono Italiani che scrissero in provenzale, così ci furono pure altri Italiani che scrissero in una lingua che è un francese italianizzato.
Il canto provenzale diede impulso alla nostra lirica; il canto francese alla poesia narrativa e morale. La prima si sviluppò nell'Italia del mezzogiorno e del centro; la seconda, nell'Italia settentrionale.
La più antica lirica italiana è quella, che, sorta circa nel secondo o terzo decennio del secolo tredicesimo, si chiamò della scuola Siciliana, perchè ebbe il suo focolare alla corte di Federigo II; e di essa fecero parte non Siciliani soli, ma anche Pugliesi e Toscani: i più famosi, lo stesso imperatore Federigo, Enzo suo figlio e Pier della Vigna suo ministro.
Federigo II fu, giova qui ricordarsene, una delle più grandi figure storiche del suo secolo. Egli promosse la scienza, protesse i dotti, difese la libertà dei culti, emancipò i servi, fondò biblioteche ed università. Questo imperatore che viveva di guerra, di amore e di scienza, mezzo orientale e mezzo romano, chi crederebbe non dovesse portare nella poesia tutto l'impeto delle sue passioni? Chi non crederebbe che, pure ispirandosi ai canti dei trovatori, non dovesse preferir quelli nei quali bolliva lo sdegno contro il suo terribile nemico, il papato? E chi non crederebbe ancora che Pier della Vigna, autore di versi latini ferventi d'ira contro i frati, non facesse sentire nei suoi versi volgari qualche cosa delle passioni che gli agitavano il petto? qualche cosa delle vicende a cui si trovò mescolato?
Eppure niente di questo. Federigo II come il suo ministro, come tutti gli altri rimatori della sua scuola, non furono che languidi imitatori della poesia amorosa dei Provenzali, e al pari di tutti gli imitatori, riuscirono peggiori dei loro modelli. Misera cosa, invero, quella nostra antichissima poesia, scarna, estenuata, gelida, anemica. Nessun impeto di passione l'agita mai, niun accento individuale vi si può cogliere. Tutte quelle migliaia e migliaia di rime somiglian tra loro, paiono una processione interminabile di pallide ombre che ci sfili davanti nel crepuscolo d'una giornata nebbiosa. La vita, la natura, l'amore, non danno mai un sussulto di verità a quei verseggiatori noiosi e monotoni, che spogliati di ogni personalità, scrivono tutti secondo un tipo comune, girano e rigirano intorno all'eterno tema dell'amore con giuochi di parole e di concetto, e con un frasario puramente di convenzione; sbadigliano i loro sospiri a donne che non son donne ma larve; e paurosi di ogni libero volo, si tengono strettamente afferrati ai loro modelli, come vacillanti bambini alla gonna materna. L'arte della scuola Sicula è, come ha detto un moderno, il balbettare infantile della decrepitezza; e non poteva essere che così. Lo spirito cavalleresco onde era sbocciata, come fiore a pomposi colori, la poesia provenzale, agonizzava oramai in tutta l'Europa; la stessa arte trovadorica era giunta a un periodo di estrema decadenza. La scuola Sicula al difetto dell'imitazione aggiungeva dunque quello di essere un frutto fuor di stagione, venuto troppo tardi e avvizzito prima di maturare.
Ma la spinta era data. Se Federigo e i poeti della sua corte amano di trastullarsi fabbricando stentatamente le stanze delle loro canzoni dietro le orme dei Provenzali, altri in quella stessa Sicilia risuonante di quel vaniloquio poetico, porge l'orecchio alla natura immortale, e compone versi d'amore vigorosamente sentito. La donna sbiadita, incorporea, insignificante dei rimatori della scuola cortigiana, si muterà così in una donna nelle cui vene corre vivido il sangue, sulle cui guancie brillano accesi i colori della salute. La povera castellana venuta di Provenza in Sicilia a morir d'etisia, cederà il posto alla donna del popolo non aduggiata dalle ombre crepuscolari di nessuna scuola, ma cresciuta sotto gli allegri e liberi raggi del sole, pioventi su lei gioventù e robustezza: un po' troppo veramente plebea e petulante, che non ha imparato certe raffinatezze e certe ipocrisie dell'educazione; ma che si presenta sulla scena dell'arte italiana come la prima che abbia fisonomia, atteggiamenti, parole, non presi in prestito da nessuno.
Di un'arte popolare sviluppantesi nel mezzogiorno d'Italia insieme all'arte cortigiana, ci restano varii documenti: il lamento di una donna che vede partire l'amante per Terrasanta, il pianto di una fanciulla abbandonata, e, più notabile degli altri, un contrasto tra un uomo e una donna, dove scattano parole e concetti molto vivaci, dove parla una passione irruente, senza sottintesi, senza mezzi termini, e che prova non essere il realismo un'invenzione del nostro secolo. Chi sia l'autore di questa poesia non sappiamo. I critici che si sono occupati di storia letteraria lo hanno chiamato ora Ciullo d'Alcamo ora Cielo dal Camo, e ci hanno scritto intorno pagine e pagine senza fine. Non sono molti anni che ci fu in Italia una vera alluvione di queste Ciullomachie. Ma l'alluvione per fortuna è passata, e la poesia resta: una poesia fresca di sentimento, rude nel suo contenuto e nella sua forma dialettale, che non ha grande importanza per sè stessa, ma che ci prova come accanto alla poesia artistica d'imitazione straniera, un'altra ne sorgesse indigena e originale, la quale s'ispirava alla realtà ed era eco del sentimento popolare.