Abbiamo veduto quel che accadeva nel mezzogiorno e nel settentrione. Avviciniamoci al centro.

Gli inni sacri latini furono moltissimi nel Medioevo, ed alcuni improntati di molta forza. Chi non ricorda il Dies irae coi suoi cupi suoni, colle sue lugubri immagini, col suo metro stesso che sembra martellare nell'anima il terribile ricordo della fine del mondo? Chi non ricorda lo Stabat mater, quella pietosa poesia dell'amore materno, dove il dolore è così vero, così grande ed espresso con tanta semplicità?

Sotto l'influenza del movimento religioso che si operò in Italia nel secolo XIII, l'inno latino passò alla forma volgare, e si ebbe così un nuovo genere di poesia che si svolse principalmente nell'Umbria, la patria di San Francesco e del Beato Jacopone da Todi, San Francesco, l'innamorato di Dio e della natura, che chiamava fratelli il sole, i lupi, gli uccelli, che amava la musica; il santo dalle idee cavalleresche, che volle avere una dama a cui servire e si scelse la povertà; il trovatore di Cristo, che chiamava i pii compagni dell'opera sua giullari del Signore e paladini della Tavola rotonda, dicono che rapito in estasi dettasse ad un suo compagno quello che fu detto il Cantico del Sole.

E vero giullare di Dio fu un seguace del poverello d'Assisi, Ser Jacopo Benedetti da Todi, il quale narrasi avesse per moglie una bella, giovane e ricca gentildonna, che recatasi un giorno ad una festa nuziale, fu travolta cogli altri nella rovina della sala ove danzavasi; onde trasportata a casa moribonda non potè nascondere al marito un pungente cilizio, che, nascosto sotto le splendide vesti, le lacerava le carni. Quella vista fu per Ser Jacopo come un ammonimento di Dio: da quel giorno, donate ai poveri tutte le sue ricchezze, e copertosi di stracci, si diede alla vita della penitenza, e tant'oltre si spinse da compiacersi d'esser mostrato a dito, d'esser deriso, d'esser seguito da una folla che gli urlava dietro a dileggio: Jacopone, Jacopone! Diventò sua passione l'esser pazzo per amore di Dio, e fece pazzie incredibili, come quella di mostrarsi in pubblico con un basto d'asino sulle spalle e il morso in bocca, camminando carponi come le bestie, o di cospargersi il corpo di trementina e avvoltolarsi nelle piume, che rimanendogli appiccicate davano a quel disgraziato un aspetto del quale non saprebbe immaginarsi il più ridicolo. Per questa passione dell'amore divino il povero frate andò delirando anni ed anni, condannandosi ai più duri patimenti. Per l'amore divino egli odiava sè stesso, godeva di essere vilipeso, chiedeva a Dio tutti i mali, tutti i dolori, tutti i tormenti: la febbre, l'idropisia, la podagra, la lebbra, il mal caduco, chiedeva d'esser fatto cieco, sordo, e muto, e che il suo corpo fosse ridotto fetente e che la sua sepoltura fosse nel ventre di un lupo! Rinnegava il padre, i parenti, gli amici, aspirava a spogliarsi della sua umanità, raccomandava la sua fama all'asino che raglia. Noi possiamo figurarci quale poesia uscisse da quell'anima così profondamente esaltata: una poesia che scoppia in parole, in accenti, in gemiti, in singhiozzi, che è un'ebbrezza continua, quasi un furore erotico. Jacopone, poeta popolare, porta nell'arte sua la sensualità del popolo, e veste d'immagini sensibili, di colori infuocati il mistico amore dell'anima sua. Egli si esalta fino a chiamare i suoi rapimenti danza dello spirito, e grida questi, non dirò versi ma singulti di sfrenata passione:

Ciascuno amante che ama il Signore

Venga alla danza cantando d'amore,

Di amore ardente il cor tutto infocato

Sia trasformato in grande fervore.

Infervorato dell'ardente foco,