Come impazzito che non trova loco,

Cristo abbracciando, non l'abbracci poco,

Ma in questo gioco se li strugga il core.

Lo cor si strugga com'al foco il ghiaccio,

Quando col mio Signor dentro m'abbraccio,

Gridando amor, d'amor sì mi disfaccio,

Con l'amor giaccio com'ebrio d'amore.

Pare davvero di essere, non sul limitare del manicomio, ma dentro addirittura.

Pazzo o no, ad ogni modo, certo è che il frate di Todi ha impeti lirici forti e sinceri; è certo ancora che il suo misticismo lo trascina a guardare anche alle cose del mondo, a farsi severo giudice dei religiosi e dei prelati del tempo suo, a chiamare al suo tribunale lo stesso papa Bonifazio VIII. Il quale gettò in una tetra prigione lo sventurato, lo fece incatenare, gli fece soffrire la fame; ed anche nel carcere, tra i ferri, affamato il delirante asceta seguitò a cantare, e chiamò quei tormenti la sua più grande consolazione.

L'arte di Jacopone è sicuramente ruvida e sbrigliata; ma come poeta popolare (dice nel suo eccellente studio sul Todino il mio dotto e caro amico Alessandro d'Ancona) «egli ha duplice importanza, perchè ci mostra quali sentimenti fervevano ai suoi tempi nel seno delle plebi e qual forma potevano assumere nel canto. Sia ch'ei tratti i misteri della religione in forma lirica o drammatica, sia che esalti la povertà francescana o vituperi i nemici di quella, egli ha una forza ingenita che mal gli si potrebbe negare. Come quel gigante della favola che acquistava vigore toccando la terra, Jacopone è poeta non per arte ma per natura, ogni qualvolta attinga alle vivide fonti del sentir popolare, e ripeta le voci che scorrono pei campi e mormorano nelle selve dell'Umbria».