Abbiamo lasciato la lirica d'arte agonizzante di clorosi in Sicilia; la ritroviamo galvanizzata da Guittone d'Arezzo, che con faticoso sforzo tenta di rinnovarla latineggiandola; la ritroviamo che filosofeggia a Bologna, la città della dottrina, pensosa ed astrusa sulle labbra di Guido Guinizelli.
Ma la Toscana ormai attira la nostra attenzione. Ecco tuttavia della letteratura francese, apparisce quivi una schiera di poeti che insegnano moralizzando, e vestendo d'allegorie i propri insegnamenti. Un Ser Durante riduce in sonetti il Romanzo della Rosa, e scrive il suo Tesoretto Brunetto Latini; altri da vecchi libri francesi mette insieme l'Intelligenza, e Francesco da Barberino compone i due trattati dei Documenti d'amore, e del Reggimento e dei costumi di donna.
Messer Francesco di Barberino di Valdelsa, un dotto giureconsulto, un uomo d'alto affare, visse lungamente in Provenza, e là probabilmente concepì queste due opere, che sono una specie di enciclopedia morale, e che ci serbano curiose memorie dei costumi del tempo. Delle infinite cose ch'egli insegna, lasciate ch'io ve ne dica alcune, o signore, di quelle che riguardano la donna. È un altro Galateo anche questo, come quello di Fra Buonvicino.
Il Barberino incomincia da dettare i suoi precetti per la fanciulla, e vuole, con ragione, ch'ella stia sempre colla madre, che non vada mai sola tra uomini, che tenga gli occhi bassi, che sappia tacere a tempo, e quando parla, parli temperatamente e a voce bassa, che sia ordinata nel mangiare e bene acconcia nel vestire. Vuole pure che, se ella sia richiesta di canto, prima di acconsentire si faccia un poco pregare; che rida senza far rumore, e che anche il pianto sia senza voce. Tutto questo però è d'obbligo per la donzella figliuola d'imperatore o di re. S'ella invece avrà la fortuna di essere figlia d'un semplice cavaliere o d'un giudice o d'un notaio, allora le sarà lecito ridere e cantare e andare attorno, e menare allegrezza in balli e canti; allora dovrà imparare a cucire, a filare ed anche a fare un po' da cucina.
Una terribile questione si presenta al pensiero di messer Francesco. Sarà bene che la fanciulla impari a leggere e a scrivere? Egli candidamente confessa che non sa risolversi: ma dopo aver ragionato un pezzetto su questo arduo argomento, conclude che nel dubbio è meglio scegliere la via più sicura; e questa via più sicura è ch'ella impari altre cose, e lasci andare il leggere e lo scrivere come inutile e pericoloso.
Alla promessa sposa ordina il Barberino di star sempre nascosta, e che le sembri noia il solo esser veduta, e che mostri paura d'ogni vista umana. Se le accade di uscire alcuna volta colla madre, non deve salutare alcuno, ma camminare tutta raccolta, cortese, soave,
Facendo piccol passi e radi e pari.
Che se poi alla fanciulla cominci a passare il tempo da marito, allora occorre raddoppiar le cautele: non affacciarsi mai alla finestra, non legger libri di novelle nè di canzoni, sceglier cibi adattati, e finalmente raccomandarsi alla misericordia di Dio.
Rivolgendo i suoi insegnamenti alla donna maritata, il nostro autore prende le mosse dalla cerimonia del matrimonio e vuole che la fanciulla si faccia due o tre volte ripetere la domanda del consentimento prima di rispondere, come vuole che mangi prima in camera sua, per mostrar poi di non aver appetito al banchetto nuziale.
Potrei seguitare ancora per molto a riferirvi i precetti del Barberino, ma la via lunga mi sospinge, ed i libri suoi, del resto, come quelli degli altri rimatori di questo ciclo allegorico-morale, nella storia dell'arte non segnano certo un progresso. Sono un ultimo strascico dell'imitazione straniera, un limaccioso rivoletto che va a perdersi nel fiume reale della nostra letteratura.