Sta cieco, sordo e muto, e sì non meno
Ciò ch'odi e vedi, taci e nota appieno,
Finchè Fortuna ti leva da basso:
Poi taglia, stronca, mozza, rompi e batti,
E fa che mai non torni a simil'atti.
Ma di questo genere giocoso-satirico della nostra antichissima letteratura è principe un Senese, che veramente sugli altri com'aquila vola. Cecco Angiolieri, che qualcheduno ha chiamato un capo ameno, e che io direi piuttosto un grande infelice, ebbe un padre duro ed avaro, una madre cattiva, una moglie brutta e vecchia, che consumava il suo tempo a impiastricciarsi il viso col belletto ed a lisciarsi i capelli. Ed egli che era nato poeta, spensierato, prodigo, allegro, egli, in quella casa della tristezza e dell'avarizia, diventò un perverso figliuolo ed un pessimo marito, non amò, com'ei stesso dice, che le donne, la taverna e il giuoco; concepì odio per il padre e la madre, e dei suoi odii e dei suoi amori cantò in modo che le sue parole sono qualche volta una sacrilega bestemmia, qualche altra un pianto dirotto. Io ebbi, egli dice, il dolore per padre, per madre la miseria, la malinconia per balia; le mie fasce furono i malanni; tutto m'è andato sempre al rovescio:
Ma sì mi posso un cotal vanto dare,
Che s'io toccassi l'or, piombo il farei;
E se andassi al mar, non crederei