E poi m'è detto ch'io nol debbo odiare;
Ma chi sapesse bene ogni sua traccia,
Direbbe: il cor gli dovresti mangiare.
Perdonatemi, o signore, se vi ho letto questi versi che nelle vostre anime gentili debbono destare ribrezzo ed orrore. Ma io doveva pure delinearvi la scapigliata e truce figura dell'Angiolieri, che è senza dubbio uno dei poeti più caratteristici e più originali che abbia la nostra letteratura del secolo XIII. E molte cose ho taciute, moltissime, che pure avrebbero meglio lumeggiato quello strano uomo e quel poeta, il quale alla distanza di tanti secoli fa pensare ad Enrico Heine. Molte cose ho lasciate nel silenzio, ma non posso lasciare anche quello che è il capolavoro del povero Cecco; un sonetto nel quale egli dice ciò che vorrebbe essere e ciò che vorrebbe potere:
S'io fossi fuoco, io arderei lo mondo;
S'io fossi vento, io lo tempesterei;
S'io fossi mare, io lo allagherei;
S'io fossi Dio, lo manderei in profondo.
S'io fossi papa, allor sarei giocondo,
Che tutti li Cristian tribolerei;