S'io fossi imperator, sai che farei?
A tutti mozzerei lo capo a tondo.
S'io fossi morte, io anderei da mio padre;
S'io fossi vita, fuggirei da lui;
E similmente farei a mia madre.
S'io fossi Cecco, com'io sono e fui,
Torrei per me le giovani leggiadre,
Le brutte vecchie lascerei altrui.
Quali suoni si alternano in questi versi! Par di sentire uno scroscio di fulmine, un urlo di turbine, a cui succeda lo sghignazzar d'un dannato. I due motivi mescolandosi fanno come un'armonia diabolica, in mezzo alla quale suonano stridule risa e colpi di singhiozzo. Ma il fatto è che lo sventurato poeta piange qui lacrime cocenti; e che questo sonetto è una delle più forti espressioni artistiche dell'odio che abbia la letteratura italiana.
E se voi riflettete, o signori, che questa letteratura, quando l'Angiolieri scriveva, non aveva, tutt'al più, che un'ottant'anni di vita; se riflettete al cammino da lei percorso in così breve spazio di tempo, vedrete come questo fatto prodigioso non possa trovare spiegazione che nelle speciali condizioni del pensiero italiano; in quelle condizioni che poterono ad una letteratura appena nascente dare il suo scrittore più eccelso.