Ho nominato Dante Alighieri: Dante che si trova per un momento mescolato a quei poeti giocosi e satirici, Dante che fu in corrispondenza poetica coll'Angiolieri, Dante che scambiò con Forese Donati, il fratello di Corso e di Piccarda, alcuni mordaci sonetti, rivendicati al gran padre Alighieri da Isidoro del Lungo, il sapiente difensore della Cronaca Diniana contro le jattanze indigene e straniere.

Correvano gli ultimi anni del secolo XIII. Firenze era, come altri disse, la prima potenza denaresca d'Europa. I commerci, le industrie, le feste, le arti, le rivoluzioni, le guerre, tutto contribuiva a fare di questa nobil figliuola di Roma il centro del movimento economico, politico ed artistico d'Italia. Qui fini ed arguti gli ingegni, forti i cuori, operose le braccia; qui persistenti le tradizioni romane; qui una forte costituzione democratica; qui il senno pratico e la leggiadria dei costumi; qui una lingua ricca di suoni e di forme. In mezzo a codesta società cresce Dante Alighieri; cresce disdegnoso ed altero, coll'anima bollente di passioni, estatico un giorno davanti a un angelo dipinto da Giotto, curvo domani sulle pergamene di un codice di Boezio o di Arnaldo Daniello; intento oggi a guardare con occhi cupidi una bella donna che passa, raggiante un'altra volta di gioia al cospetto di un'immagine celeste che gli balena nella fantasia; sorridente ai versi che gli dirige il suo Guido Cavalcanti o il suo Cino, livido di disprezzo quando legge le insolenze di Cecco Angiolieri, al quale par che risponda egli, il superbo giovine, quel verso scritto al senese da un altro fiorentino:

Tu mi pari più matto che gagliardo.

Nella giovinezza di Dante ci fu certo un periodo di gravi disordini, e ne resta documento nella sua corrispondenza poetica con Forese, nelle febbrili canzoni a una donna ch'egli chiama Pietra, nella confessione fattane da lui stesso nella Divina Commedia. Ed anche quando tenzoneggia d'ingiurie col Donati, od espande i suoi bollori erotici per la crudele che gli squarta il cuore, la zampa del leone si sente.

Ma non sono queste le poesie che fanno a Dante aprire il secondo e glorioso periodo della nostra letteratura. Se la tirannia dell'argomento non me lo vietasse, io vi parlerei di quella scuola lirica da lui stesso chiamata del dolce stil nuovo da lui stesso definita in questi versi famosi:

. . . . . . io mi son un che quando

Amore spira, noto, ed a quel modo

Che detta dentro, vo significando.

Una lirica nei suoni dolcissima, nella forma aerea, diafana, impalpabile, che pare una musica celeste, un cantico di Serafini, un sospiro dell'anima; una lirica che sale su, in alto, come una preghiera devota, che è un'estasi dello spirito innamorato della più pura e più celeste idealità femminile.

Anche Dante ebbe prima le sue titubanze. Alcune delle sue liriche risentono tuttavia qualche cosa della maniera dei Provenzali e di quella del Guinizelli, ch'egli salutò padre suo nell'arte. Ma poi spiccato il volo divino nel campo infinito dell'ideale, parve transumanarsi, e dalle sue labbra sgorgarono le note più soavi che abbia la lirica umana di tutti i tempi e di tutti i paesi. La donna si mutò in angiolo, e con angelica lingua fu salutata dal suo poeta: