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Comincio dell'osservare, che, già sotto i Romani, certe nozioni di diritto solevano impartirsi insieme con le materie del trivium, specie con la rettorica, all'occasione del genus judiciale. Le scuole del medio evo non fecero che continuare, anche per questo riguardo, le tradizioni antiche; e così in quei primi secoli — nel VI come nell'XI — il diritto forma oggetto di studio in tutte le scuole laiche superiori, unitamente alla grammatica, alla dialettica, alla rettorica, che erano appunto le arti liberali del trivio. Ne fanno fede Venanzio Fortunato nel secolo VI, Alcuino e Teodulfo nei tempi di Carlomagno. Al secolo XI si riferisce una notizia di Milone Crispino sul beato Lanfranco, da cui si rivela che, fino dagli anni puerili, era stato istruito nelle scuole delle arti liberali e delle leggi secolari, secondo l'uso della sua patria. Medesimamente la Pugna Oratorum di Anselmo Peripatetico, della metà del secolo XI, mostra che Anselmo, oltre ad essere addestrato nella rettorica e nella dialettica, era anche versato nel diritto, e che lo studio delle leggi romane andava tuttavia congiunto con la rettorica. Anselmo affida appunto alla rettorica la rappresentanza della giurisprudenza; e lo stesso risulta da alcune poesie del tempo. Una dice, parlando della rettorica:

Jus civile, forum, curules ipsa perornat;

E un'altra:

Civiles causas judicat esse meas.

Specialmente meritano d'essere ricordati i versi che Wipo, un borgognone della diocesi di Losanna, diresse nel 1041 ad Arrigo III. Il cappellano imperiale contrappone il buon uso italico d'insegnare di buon'ora ai giovani le arti liberali, compresa la giurisprudenza, alla crassa ignoranza dei Tedeschi de' suoi tempi, che ci mettevano ben poca cura ad istruirsi, tranne se volean darsi alla carriera ecclesiastica:

Hoc servant Itali post prima crepundia cuncti

Et sudare scholis mandatur tota juventus,

Solis Teutonicis vacuum nel turpe videtiur,

Ut doceant aliquem, nisi clericus accipiatur.