È questo un pericolo dal quale devono guardarsi anche i bevitori di vino. Da pochi decenni la fabbricazione dei cattivi alcool va aumentando, ed i suoi prodotti, pel poco lor costo, s'adoperano a larga mano per rinforzare il vino. In recenti ricerche fatte a Parigi[[IX-12]] s'è constatato, che molti operai vennero colti dall'alcoolismo ad onta che non usassero bere più di due litri di vino al giorno. Questa misura, se si fosse trattato di vino schietto, non avrebbe potuto dare conseguenze; in essi, invece, ne produsse, e di gravi, per la pessima qualità degli alcool che si mescolano al vino nelle bettole parigine. — È un fatto che merita tutta la nostra attenzione, sia perchè questa adulterazione dei vini è facile e frequente, sia perchè la polizia sanitaria può agevolmente portarvi rimedio.

Dopo tutto ciò, c'è forse da stupire quando da fonte ufficiale ci si annuncia[[IX-13]] che negli Stati Uniti d'America nel decennio 1860–70 l'alcool ha ucciso 300 mila uomini, ne ha spinto almeno 150 mila nelle prigioni e negli ergastoli, ed ha mandato 100 mila ragazzi nelle case di lavoro?

Io ho riassunto, così, il meglio che ho potuto i danni prodotti dall'alcool. Crederei, però, di mancare non meno al mio còmpito che alla giustizia se, prima di finire, io non toccassi anche il lato opposto della questione. Già altri vi ha parlato degli effetti sull'individuo sano di questo prezioso liquore, che allieta tante ore della nostra vita, e che sì spesso anima di espansiva gaiezza i nostri convegni. — A me spetta di parlarvi in breve di quanto l'alcool può nell'organismo del malato.

Esso, in dose appropriata, è un leggiero eccitante, specialmente dello stomaco, del cuore, dei reni e del sistema nervoso. Ho detto in dose appropriata, poichè errerebbe colui che, ad es., credesse di potere digerire tanto meglio quanto più di alcool beve; al di là di un certo limite questo, anzi, rallenta ed arresta ogni processo di digestione. — Questa facoltà eccitante dell'alcool, benchè ci torni preziosa tanto in molte malattie croniche, quanto nella convalescenza delle malattie acute, epperò venga posta assai spesso a profitto, non rappresenta che uno, e non il maggiore, dei vantaggi che esso può dare.

Comunemente si crede che l'alcool riscaldi, appoggiandosi al senso di grato calore che si prova dopo di averne bevuto una certa quantità; e, fondandosi su questo fatto, si è stabilito il pregiudizio che gli alcoolici debbano nuocere in ogni sorta di malattie infiammatorie.

Il collega prof. Mosso, trattando dell'azione fisiologica, espose come numerose ed accurate ricerche abbiano dimostrato, che l'alcool agisce diminuendo l'eliminazione dell'acido carbonico e dell'urea, val quanto dire diminuendo il consumo dei materiali del nostro organismo. L'alcool, in ultima analisi, non riscalda, ma raffredda. Questa proprietà riesce di alta importanza pel medico, il quale se ne giova nella cura delle malattie febbrili. Nello stato di febbre l'organismo consuma assai più che nelle condizioni ordinarie; l'ossigeno, che introduce coll'aria inspirata nei polmoni, gli brucia in maggior copia le sostanze chimiche che entrano nella sua costituzione, e come manifestazione di questa cresciuta combustione noi abbiamo quell'aumento di temperatura interna ed esterna, quello scottore della pelle che tutti conoscono. — Or bene, in molti casi l'alcool riesce a frenare questo esagerato consumo; il che ci viene tosto indicato dall'abbassamento della temperatura segnata dal termometro. Non sappiamo bene per qual via ciò si ottenga; se per ciò che l'ossigeno viene più strettamente legato alla sostanza colorante del sangue, e, così, impedito di combinarsi in soverchia quantità coi materiali dei nostri tessuti, ovvero perciò che questi diventano più resistenti contro l'azione distruttiva di esso. Ciò che importa si è, che l'effetto si ottenga. In gran numero di malattie febbrili la morte trova la sua causa soltanto nella distruzione organica causata dalla febbre; sicchè il frenare quest'ultima equivale al salvare il malato.

Nè a ciò solo si limita l'azione dell'alcool. Anche in quei casi in cui esso è impotente contro la febbre, e può essere sostituito da sostanze più attive, tuttavia si amministra e giova col diminuire in altro modo il consumo. Come già venne loro esposto, l'alcool, introdotto nell'organismo, si combina, almeno in parte, coll'ossigeno della respirazione, e, trasformandosi in combinazioni sempre più semplici, viene alla fine eliminato specialmente sotto forma di acido carbonico ed acqua. In queste sue successive modificazioni esso sviluppa calore, e lega a sè quell'ossigeno, che, ove non fosse l'alcool, avrebbe trasformato e consumato una corrispondente quantità di elementi integranti del corpo. Se non abbassa la febbre, quindi, ne allevia le conseguenze.

Nè ho finito. In molte malattie, accompagnate o no da febbre, non è raro che inaspettatamente insorga quello stato che si designa col nome di collasso. Il cuore d'improvviso si indebolisce, la circolazione si rallenta, l'intelligenza s'annebbia, le estremità si fanno fredde, la respirazione diventa irregolare, affannosa; la morte minaccia da vicino. In questi casi, in cui un ritardo di minuti può essere fatale, l'alcool è un eccitante potente, e ch'è sempre alla mano. Esso risveglia rapidamente l'attività intorpidita delle funzioni, e, salvando al momento, dà tempo di pensare ad aiuti di più durevole azione.

Con siffatti risultati, non è bisogno di dire se e quanto l'alcool venga usato in medicina. Una trentina d'anni fa un distinto medico tedesco ebbe seriamente minacciata la sua posizione sociale e danneggiata la sua clientela per aver ordinato vino in un tifo che poi terminò colla morte. Attualmente, invece, l'alcool trova quasi sempre il suo posto fra i rimedi e gli alimenti del malato. Il più delle volte lo si amministra sotto forma di vino, prescegliendo a seconda dei casi dei vini ricchi di acido carbonico come il Champagne, o dei vini forti, come il Barolo, il Bordeaux, e più ancora il Marsala; ma non sono troppo rari i casi in cui bisogna passare addirittura ai liquori: alla buona acquavite, al rhum ed al cognac. È incredibile quanto i malati ad alta febbre li sopportino. Una dose, che renderebbe ubbriaco un sano, rende in essi il polso più pieno e più regolare, la respirazione più libera, l'intelligenza più aperta, ed aggiunge a tutto ciò un senso di generale benessere. Ed è incredibile quanto facilmente si abituino al bere. Io ho vedute non poche signorine malate di ileotifo, che non avevano mai fatto uso di vino, e che torcevano la bocca allorchè, nei primi giorni d'alta febbre, loro se ne porgeva qualche cucchiaio, bere, dopo che ne avevano sperimentato il giovamento, quasi mezza bottiglia di Marsala al giorno, e non dimostrare, con tutto ciò, di esserne sazie.

Per ultimo, se l'alcool serve spesso a combattere la malattia e ad affrettare la guarigione, quanto non giova esso mai nel triste periodo dell'agonia, quando l'organismo, vinto e sfinito, combatte l'ultima ed inutile lotta! Anche in questi estremi momenti, in cui il cuore si spossa in sforzi convulsi, in cui il respiro è rantolo, ogni sensazione uno spasimo, il pensiero uno strazio, l'alcool scende consolatore fedele, ed, annebbiando la mente ed i sensi, rende meno cruccioso il presente, meno spaventoso il dubbio avvenire.