Tutto ciò spiega il perchè vi sia una quota sì forte di suicidi per alcoolismo che va crescendo ogni anno; così secondo Lunier in Francia:

salivanoa 7 %i suicidiper alcool nel1849
»14,6»»1859
»17,0»»1875

ed in Sassonia al 10 per cento, in Russia al 38 per cento, in Danimarca al 17 per cento ed in Prussia all'8,50 per cento[[X-8]], in Berlino assai più, al 25; ciò ci spiega come i suicidii, tutti, si vedano mano a mano crescere da noi in linea esattamente parallela a quella dell'uso degli alcool; e come una carta grafica del suicidio in Europa ci dimostri un curioso parallelismo con quanto si intravvede sul consumo dell'alcool, superato e non sempre da due soli fattori; quello del clima non esageratamente freddo ed accompagnato da una diffusa coltura. Egli è perciò che noi vediamo spiccare la Danimarca, 267 su 1 milione[[X-9]], e la Sassonia, 300; e appunto come nel consumo degli alcooli prevale sulla Scozia e l'Irlanda, l'Inghilterra pei suicidi (Morselli, Sul Suicidio, Dumolard, 1880):

Inghilterra galloni alc. 0,24 al 1859 per testa — 0,51 nel 1869 — suicidi 62 su 1 milione abitanti.

Scozia galloni alc. 0,22 al 1859 — 0,30 nel 1869 — suicidi 35 su 1 milione abitanti.

Irlanda galloni alc. 0,11 al 1859 — 0,25 al 1869 — suicidi 14 su 1 milione abitanti.

Volendo addentrarci più ancora di quello che sulle prime ci mostrino le cifre, troveremo che anche l'azione della coltura si somma in gran parte coll'azione dell'alcool; e infatti quanto più va innanzi la civiltà, più si aumentano i grandi agglomeri e quindi i bisogni degli eccitamenti dei sensi, le due concause prepotenti degli abusi alcoolici; se fosse il freddo per sè che aumenta i suicidi, noi dovremmo averne una maggior quantità nelle stagioni fredde, ma essi invece abbondano specialmente nelle calde; essi dunque non preponderano nei paesi più nordici in confronto ai più meridionali, se non per un'azione estranea al freddo, benchè poi sia con questo in stretto rapporto; tale è l'alcool cui si abbandona di più l'abitante dei paesi più nordici anche per l'erronea idea che esso giovi a tutelarlo dal freddo.

Tuttociò ci spiegherà perchè in questa carta grafica (Tav. I, fig. III) che dà il consumo dell'alcool, ed il numero dei suicidii in Francia dal 1850 al 1876, vediamo in parecchi anni a salienze meno recise (1850–52=1854–56=1858–60=1872–73–74) un certo parallelismo fra i due fenomeni, che ancor meglio spicca se si confronta agli anni a maggiori suicidii negli anni consecutivi a quelli delle maggiori oscillazioni di alcool, e viceversa; per es., la diminuzione dei suicidii del 1858 segue a quella dell'alcool nel 54 — l'aumento del 62 che corrisponde a quello del 1858 — quello del 68 a quello del 66 — la diminuzione del 75 a quella del 72, e l'aumento del 1876 a quello del 75. Il che ben si comprende perchè le tendenze suicide sono quasi sempre espressioni dell'alcoolismo cronico, che naturalmente non si manifesta se non alcuni anni dopo l'abuso.

Delirium tremens, alcoolismo cronico, ecc. — E omicidio e suicidio spesso non sono che una ultima manifestazione di quella più grave fra le conseguenze dell'alcool, che è la pazzia.

Sulle prime gli ostinati bevitori di vino e più di acquavite (l'uno finisce per mutarsi quasi sempre nell'altro col perdurare del vizio) — soffrono dolori nelle ossa e fugaci nevralgie, come frizzi elettrici, od un senso profondo di debolezza che sembra lenirsi col vino; la vista, più tardi, si fa loro torbida: travedono mosche, scintille; il color verde appar lor bianco, il violetto rosso, il bleu grigio, il rosso giallognolo, e ciò specialmente da un lato; mancano i fosfeni; negli arti inferiori accusano, non di raro, una esagerata sensibilità, onde un piccolo tocco è causa di enormi dolori (Huss, 356); e si sentono rosi da vermi imaginari, bruciati da zolfanelli: nè l'udito va immune da queste iperestesie, chè odono campane, susurri, voci alle volte indistinte, alle volte più spiccate, e anche qui più specialmente da un lato.