Nè è a credere, poi, che uno e anche parecchi accessi di delirium tremens bastino per guastare del tutto l'intelligenza e trasformare un vizioso in un demente. Tutt'altro; v'hanno casi, invece, in cui l'abuso dell'alcool può andare di pari passo con quello dell'intelligenza, e quasi quasi, fin favorirlo; sicuramente fra i grandi uomini che abusarono dell'alcool, va annoverato Alessandro Magno, che vuolsi, morisse dopo aver vuotato 10 volte la tazza d'Ercole, e che certo, già prima, in un accesso alcoolico, seguendo nudo la infame Taide, aveva ucciso il suo più caro amico. Nè pare fossero molto astemii Socrate, Seneca ed Alcibiade, Augusto e Cesare, spesso portato a casa sulle spalle dai soldati, e Tiberio, che era detto Biberio, ed Eliogabalo, così innamorato del vino da farne un piccolo canale navigabile, e nemmeno Catone, se ben dice Orazio: Narratur et prisci Catonis Sæpe mœro caluisse virtus — e peggio ancora, Settimio Severo e il suo collega Jovanio, ed Odeberto d'Inghilterra e Mahmud II, che tutti morirono ebbri o di delirium tremens; e tenaci bevitori erano il Contestabile di Borbone, e Avicenna, di cui si disse che passò la seconda metà della vita a dimostrare come fossero inutili gli studi fatti nella prima; e molti pittori, per es. Caracci, Steen, Barbatelli detto perciò il Pocetta, e moltissimi poeti, come Murger, Gerard de Nerval, Musset, Kleist, Mailath, con a capo di tutti Tasso, che in una sua lettera scriveva: «comechè non nego d'essere folle, mi giova credere che la mia follia sia cagionata da ubbriachezza o d'amore, perchè so bene io che soverchiamente bevo»: altrettanto dicasi di Poe, di Swift che fu detto ai suoi tempi il più assiduo frequentatore delle taverne di Londra, di Lenau, di Hoffmann, di Rovani, di Praga. Tuttavia in molti fra questi la triste sorgente dell'ispirazione si travede negli scritti improntati da un erotismo artifiziato, malsano, che sente più che la carne, la droga, e da un'ineguaglianza di stile, da una originalità più bizzarra che bella, grazie alla troppo sbrigliata fantasia, alle frequenti imprecazioni, ai passaggi bruschi dalla più cupa melanconia alla più oscena gaiezza e ad una tendenza a dipingere la pazzia e l'alcoolismo, e le scene più tetre della morte.

Vi son giorni che il mio cor vien meno

E il fango mi conquista

cantava il povero Praga cui l'alcool uccise.

E lodando il vino, bestemmiava:

Venga l'obbrobrio — Dell'uomo sobrio

Venga il disprezzo — Del gener umano

Venga l'inferno — Del Padre Eterno

Vi scenderò col mio bicchiere in mano.

Poe dipinge troppo bene il delirium tremens per non averlo veduto assai da vicino — e frammischia cadaveri risuscitati alle fantasie più gioconde: e v'ha dello ubbriaco fradicio nelle strambe proposte di Swift[[X-11]], e nelle caleidoscopiche fantasie di Hoffmann, i cui disegni finiscono in caricature, i racconti in istravaganze, la musica in accozzaglia di suoni; ed egli già molti anni prima della morte scriveva nel suo giornale: «Perocchè nella veglia e nel sonno, i miei pensieri corrono sempre, mio malgrado, al triste tema della demenza; pare che le idee disordinate sgorghino dalla mente mia, come il sangue dalle vene spezzate».