La parola avvelenamento corrisponde qui alla designazione volgare di ubbriachezza, in cui si distinguono due periodi; quello dell'eccitamento in cui si è brilli, e quello successivo della prostrazione e della narcosi.
L'espressione animata ed allegra del volto scompare poco a poco; il viso diventa meno vivace, poi melanconico e quindi inebetito. Alla mobilità grande nei lineamenti della fisionomia, succede un rilassamento completo nei muscoli della faccia. Gli angoli della bocca si abbassano come nel volto di un paralitico. La fronte prima maestosa e serena si corruga, si nasconde sotto i capelli arruffati, si ricopre di un sudore viscido e freddo.
Nel primo periodo l'occhio è lustro, perchè è più copiosa la secrezione delle lacrime che lo inumidiscono. Nel secondo periodo lo sguardo è meno espressivo e meno sicuro. Le palpebre si socchiudono, sono pesanti, perchè il muscolo che le solleva è stanco. Gli oggetti sembrano doppi; perchè i muscoli che muovono il globo oculare non si corrispondono più nelle loro contrazioni. Compare una nebbia a traverso cui si discernono confusamente le cose.
È celebre nella storia dell'Inghilterra un grande uomo di stato, che dopo aver bevuto lautamente fino a sera insieme ad un altro deputato, volle egualmente prendere parte alla seduta del Parlamento. Giunti alla Camera dei Comuni presero entrambi posto nei loro stalli e dopo alcuni istanti di attenzione l'uno esclamò: come va che non vedo il presidente? Ora capisco, disse l'altro, perchè io ne vedo due.
Nell'ultimo periodo l'occhio è immobile, come di vetro, fisso e smarrito nel vuoto.
La voce prima vibrata e piena, è ora fessa, incerta, stonata. La lingua paralizzata, balbuziente, incapace di vibrare e di fremere quando si pronuncia la r.
L'ubbriaco parla forte e risponde a sproposito, perchè non sente bene, nè la sua voce, nè quella degli altri. Nelle orecchie ha un susurro, un tintinnio, un bisbiglio che lo insegue dovunque.
Nell'ubbriachezza livida si digrignano i denti, con uno scricchiolio che abbrividisce. Le labbra annerite si atteggiano talora convulsivamente ad un riso sardonico. L'esalazione del fiato diffonde intorno un odore alcoolico grave, ributtante. Respirando lungamente colla bocca aperta, le fauci diventano asciutte, la lingua rasposa, ricoperta di una patina biancastra. La sete è ardente, inestinguibile. La respirazione tranquilla, superficiale; spesso l'espirazione diventa più rapida dell'inspirazione; si fa rumorosa; l'ubbriaco sbuffa.
Mentre si sprofonda nel sopore può mandare gemiti e lamenti interrotti come un uomo che piange. Talora dei sogni morbosi si rivelano con parole dimezzate e confuse che muoiono sulle labbra.
La respirazione nei casi più gravi può divenire intermittente, irregolare; con arresti periodici che prolungandosi diventano la causa precipua della morte.