Ed aggio ogni altro e più 'l mio stesso a vile,
come dolcemente suonano invece in sospiro gli ultimi versi dello stesso sonetto, dopo l'incoraggiamento al giovane che salga l'aspro Elicona!
Ivi pende mia cetra ad un cipresso:
Salutala in mio nome, e dàlle avviso
Ch'io son da gli anni e da Fortuna oppresso.
E così sempre quando parlò di sè e de' casi suoi, o quando in argomento degno si volse da gentiluomo, con un cotal suo garbo di libera devozione, ai principi onde era beneficato, alle dame che ammirava e che amava. Meglio ancora nei cori dell'Aminta; dove la sua naturale mestizia, che direi volentieri di epicureo, se non fosse voce abusata in senso non buono, si compiacque di tutta la dolcezza ch'è nel rimpianto; nel rimpianto ai tempi favolosi dell'età dell'oro, quando l'Amore non aveva da contrastare con l'Onore, e tra le erbe fiorite, senza sospetti nè rimorsi,
Sedean pastori e ninfe
Meschiando a le parole
Vezzi e sussurri, ed ai sussurri i baci
Strettamente tenaci.