E de' tuoi giorni gai

Sendo omai giunto a vespro, non che a nona,

D'edera le tue chiome orna e corona,

E di grato liquore

Cingi la mensa e ingombra,

Ivi obliando Amore.

Ma queste voci vivaci son troppo rare nella lirica sì di Benedetto Del Bene, sì degli altri oraziani. Anch'essi nè sentivano dentro di sè le sacre fiamme della poesia, nè seppero destare e alimentare con arte sottile quel po' di brace accesa che avevano. Iniziarono: nulla più.

Ci è lecito ormai voltarci addietro e chiudere in uno sguardo solo la via faticosa per la quale salimmo. Nel secolo decimosesto l'Italia non ebbe una lirica tale di che possa vantarsi nel cospetto delle sorelle europee. Due scuole vi si provarono: ma l'una, di derivazione medievale, che venerava nume protettore il Petrarca, e onorava sommo sacerdote di lui in terra Pietro Bembo, non diè frutto perchè senilmente fiacca; l'altra, nata dal Rinascimento, si divise in due, e non diè frutto perchè, nella prima gioventù, troppo gracile ancora. La vecchia pianta, sorretta con artificii dal Della Casa, potè nondimeno sbocciar fiori un'ultima volta nelle liriche di Torquato Tasso: la pianta giovine mise sotterra le radici, per merito del Tolomei, di Bernardo Tasso, del Chiabrera, del Rinuccini; e ne sorsero poi con rigoglio stupendo la canzonetta melica del secolo scorso, le odi del Parini, le odi barbare del Carducci.

VI.

Nella decadenza del vecchio, nella preparazione del nuovo, s'intende come ben poco avemmo che abbia importanza oltre la storia. Ma la poesia non era morta nella vita: quante volte l'arte ebbe il coraggio di rappresentarla schiettamente, tante riapparve, così nelle forme vecchie come nelle nuove, e ci commuove pur oggi. Cose non parole diceva Michelangelo; e ne' suoi versi duri palpita ancora il suo gran cuore per gli alti ideali dell'amore, della patria, dell'arte: egli a Dante risaliva, su dal petrarchismo, e Dante riabbracciava con ardore di concittadino e di confratello: