Se non che il Principe di Ligne era uno spettro del passato. Questa precisa disposizione di spirito, questa gaiezza inesauribile erano già tramontate, ed il romanticismo, con tutti i suoi fervori di restaurazione monarchica, di mesta sentimentalità, di ritorno agli ideali religiosi, di reazione agli eccessi della Rivoluzione e a quelli del Cesarismo soldatesco di Napoleone, il romanticismo aleggiava già dappertutto e sotto tutte le forme, modificava e rinnovava già dappertutto le disposizioni morali d'una società, stanca di tante lotte, di tanti travagli, di tanti sacrifici, di tante ecatombi di vite umane, di tante rovine di fortune, di tanti strazi d'affetti domestici, di tanto rimescolio di classi, di governi e di popoli, d'una società insomma, che sentiva il bisogno di riafferrarsi nuovamente alle vecchie tradizioni scompaginate, il bisogno di tornare a credere per poter tornare a sperare, e intanto cominciava dal godere, l'unica filosofia, in cui gli uomini si sono sempre trovati e si troveranno sempre tutti d'accordo.

Napoleone stesso avea avuto sentore di questo mutamento profondo, che s'andava compiendo, e che dovea esser tutto a suo danno, quando avea detto: «il giorno ch'io sparirò dalla scena, il genere umano tirerà un gran: oh!! di sollievo e di riposo», e consentaneo a tale condizione universale degli animi era in fondo il pensiero che moralmente avea inspirato il Congresso di Vienna, oltre alla necessità politica, dopo l'abdicazione di Napoleone e la sua relegazione all'isola d'Elba, di compiere nei suoi particolari quello che il trattato di Parigi del 30 maggio 1814 fra gli alleati vincitori ed i Borboni restaurati aveva appena abbozzato. Far la pace, assicurarla per lungo tempo, mutare quindi uno stato di cose, che non avea avuto altra legge se non la violenza e l'arbitrio più sconfinato, erano concetti veri, giusti e rispondenti alla piena realtà del momento storico, che s'attraversava.

Ed eccoci così, o Signore, al punto di non secondare del tutto quell'immensa corrente d'avversione contro il Congresso di Vienna, a cui accennavo in principio; eccoci alla tentazione, che chiamai seducente, di dir bene di quello, di cui una gran maggioranza dice male. Ma eccoci altresì di fronte a due pregiudizi storici: l'uno, che sciupò l'opera del Congresso di Vienna, l'altro che non consente di riconoscere neppure quel tanto di buono, che era nel concetto fondamentale, da cui fu mosso, e che solo può spiegare perchè esso sia il fatto più importante della storia contemporanea dopo la Rivoluzione francese, e perchè, nonostante il come fu attuato, esso creasse uno stato di cose, che bene o male durò circa cinquant'anni e assicurò colla pace all'Europa (una pace travagliata, se si vuole) il periodo più fecondo di progressi materiali e civili, di cui ella avesse goduto mai.

Il pregiudizio storico, che sciupò l'opera del Congresso di Vienna, fu che fermarsi, rifar la strada, retrocedere a tutta forza era il solo mezzo di riparare alle malefatte della Rivoluzione, quasichè essa non avesse avuto alcuna giusta ragion d'essere, e prima di essa fosse esistita in Europa una vera età dell'oro, un modello, un ideale di gran «repubblica Cristiana», come taluno osava dire, in cui tutto fosse stato regolarissimo, e il più scrupoloso rispetto dei diritti costituiti avesse governato sempre le transazioni internazionali e la più fraterna solidarietà delle monarchie avesse garantito, sempre, col mantenimento dell'ordine pubblico, la durata degli obblighi contratti, ed i diritti dei singoli fossero sempre e unicamente risultati dai doveri di tutti. Ma tuttociò era falso e la realtà era precisamente il contrario.

Il secondo pregiudizio, il pregiudizio dei rivoluzionari, che divenne poi quello dei liberali, e impedisce anche oggi di riconoscere il buono del pensiero iniziatore del Congresso di Vienna e quel tanto di bene, nonostante le tristi passioni, dalle quali si lasciò vincere, gli riescì di compire, è che la Rivoluzione avesse, decomponendo del tutto la società preesistente, rimpastato il mondo secondo un ideale, perfetto esso pure, di fraternità umana e di assoluta giustizia, il quale, in conformità ai dogmi nuovi della filosofia, avesse attuato al di dentro d'ogni nazione il modello dei governi e al di fuori il modello delle relazioni internazionali. Ma tuttociò era falso del pari, e la realtà era precisamente il contrario, perocchè la vecchia Europa, trattando colla Rivoluzione, come avea fatto a Campoformio e in tant'altre occasioni, avea bensì riconosciuta la propria impotenza e liquidato quasi sè stessa con una specie, direbbe il Sorel, di bancarotta fraudolenta, ma anche la Rivoluzione, che a tutti i popoli avea promessa una patria, la pace e la libertà, avea contraddetto a sè stessa, di filosofica e pacifica divenendo militare e conquistatrice, facendo consistere in sostanza tutta la forza della Repubblica nella forza de' suoi eserciti, partorendo, novella Roma, un nuovo Cesare, e in cambio di patria, di pace e di libertà manomettendo le patrie di tutti e a tutti recando la guerra ed una nuova foggia di servitù. La Rivoluzione avea vissuto di conquiste; la conquista è violenza, e per questo i popoli la odiarono. Ma le conquiste della Rivoluzione aveano in pari tempo rovesciate molte delle barriere, frapposte già fra popolo e popolo dalle particolari cupidigie delle vecchie monarchie europee, e una volta rovesciate quelle barriere, molti popoli (l'Italiano e il Tedesco in ispecie) si riconobbero e s'affratellarono. La Rivoluzione avea così, suo malgrado, insegnato ai popoli l'indipendenza; la Rivoluzione, che avea trionfato dei Re, era caduta a Lipsia sotto la vendetta dei popoli, e la fine della Rivoluzione francese avea segnato il principio delle Rivoluzioni nazionali, che si compirono nel 1870.

È questo, Signore, il concetto critico moderno della storia contemporanea, mercè il quale non si hanno più nè soluzioni di continuità, nè illazioni senza premesse, nè architetture sistematiche e rettoriche, le quali sforzino i fatti ad espressione diversa dalla loro realtà, e al lume di tale concetto esaminando anche il Congresso di Vienna, se ne vede il bene ed il male con quella maggiore obiettività che è possibile, e che sola per lo meno impedisce le innocenti falsificazioni della storia.

Mi parrebbe ora, del resto, di considerarlo così. Ottantadue anni sono passati, grande spazio di tempo in un'età, come quella dal 1789 in poi, in cui i periodi storici si vanno via via restringendo quasi metodicamente, la vita dei popoli si affretta come quella degli individui, il decennio surroga il secolo, e un breve volger d'anni sembra contenere in sè tutt'un'epoca storica.

Anche le passioni, che il Congresso di Vienna suscitò, si sono calmate; l'opera sua, di cui tante volte si annunciò la fine, senza che in realtà fosse vera, è oggi finalmente e veramente distrutta. Ricorderete che in Italia non ci fu governuccio provvisorio, sorto dai moti popolari fino al 1859 e durato magari ventiquattr'ore, il quale per prima cosa non bandisse ai quattro venti: i trattati del 1815 hanno cessato di esistere, e questo medesimo luogo comune della rettorica rivoluzionaria italiana si ripetè in Francia con singolare perseveranza, dal Guizot sotto il regno di Luigi Filippo, dal Lamartine nel 1848, da Napoleone III nel 1863. Ma l'opera del Congresso di Vienna, che pur s'era venuta sgretolando via via, non finì tutta in realtà che nel 1870.

C'erano però voluti più di cinquant'anni, e qual è l'imbroglio diplomatico, che possa esser sicuro di durare altrettanto?

Finita dunque l'opera del Congresso di Vienna, anche gli uomini, che v'ebbero parte principale, il Metternich, il Talleyrand, Alessandro I di Russia, sono cadaveri quatriduani, che non destano più nè odii, nè amori. Il successore dello Czar ascolta oggi in piedi e col cappello in mano la Marsigliese, una graziosa macchietta, di cui ha tanto riso il Tolstoï; se per le strade d'Italia noi ricantassimo oggi: